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Renzi via dal PD. Un bene per tutti o un regalo a Salvini?

 

“Ha voluto trovare il modo per stare al tavolo”, così Pier Luigi Bersani ha commentato ieri l’uscita di Renzi dal PD. E sono in tanti a pensare, a proposito di quel tavolo, che Matteo sia pronto a segarne una gamba appena il gioco lo avrà stancato e a farlo cadere col maggiore fracasso possibile. Quello che aveva già detto qualche settimana fa, intervistato dalla Gruber, il presidente onorario del quotidiano “La Repubblica”, Carlo De Benedetti: Il governo Conte è nelle mani di Renzi, che lo farà cadere quando vuole ritirando dal Pd la sua truppa di parlamentari. Che questo rischio ci fosse lo sapevano tutti gli osservatori, anche se pochi immaginavano che avrebbe rotto col suo partito di lì a qualche giorno, subito dopo il giuramento dei sottosegretari.

Una burrasca annunciata, dunque, che forse non cambierebbe molto per il governo sul piano politico se non contasse molto, invece, sul piano mediatico. Complicazione non da poco. Perché se è vero che si tratta soltanto di uno spostamento dei parlamentari a lui più fedeli dall’interno all’esterno del PD, da domani televisioni e giornali faranno in modo che per ogni atto dell’esecutivo siano rappresentate non più due ma tre o quattro posizioni diverse. Come scrive Ezio Mauro oggi sulla repubblica, “si triplicano veti, quote, dosaggi, autorizzazioni”. E sul Corriere della Sera un editoriale di Antonio Polito già avverte che Renzi “sta provando a diventare il Ghino di Tacco di questa legislatura” e vorrà dire la sua su tutte le opzioni che contano. “Anche quelle inconfessabili come le nomine degli enti”, aggiunge malignamente.

L’annuncio ufficiale della nascita di “Italia viva” – questo il nome del nuovo soggetto politico – sarà dato alla “Leopolda” di ottobre, la ex stazione fiorentina dove gli invitati di Renzi si sono sempre ritrovati ogni anno, in un ambiente già rigorosamente privo dei simboli del PD. Ma come è noto sarà anticipato già in questa settimana dalla separazione dei parlamentari. “Saranno 40, non 30”, ha precisato Renzi conversando con BrunoVespa. Venticinque deputati e una quindicina di senatori. Ma – giura – il governo non avrà niente da temere, durerà per l’intera legislatura. “Italia viva” sarà comunque rappresentata al governo da due ministri, Terranova e Bonetti, e da un solo sottosegretario, Scalfarotto. Anna Ascani resterà al PD come Marcucci e altri renziani che, con o senza il suo beneplacito – solo alcuni lo hanno definito un errore – non lo hanno seguito.

Con la ben nota faccia tosta il nostro aveva fatto o lasciato dichiarare ai suoi, Rosato in primis, che sarebbe stata una “separazione consensuale”. Dopo che tutti, da Zanda a Franceschini, da Letta a Gentiloni, per non parlare dei padri “nobili” Prodi e Veltroni, lo avevano supplicato di restare. Alla fine, sia pure di malavoglia, si era aggiunto  Zingaretti. Particolare da brividi, abbiamo letto sui giornali che avrebbero cercato di dissuaderlo proponendogli la presidenza del Partito Democratico per la Boschi.

Il premier Conte lo accusa di mancanza di trasparenza. “Doveva dirmelo prima” ha dichiarato. Per l’ex presidente del consiglio Enrico Letta, intervenuto ieri a “Di Martedì”, si tratterebbe di una scelta incomprensibile, senza alcuna motivazione politica. Non era stato Matteo Renzi a proporre per primo, superando anche le perplessità del suo segretario di partito, l’alleanza coi Cinque Stelle? Già, ma lui pensava, e lo ha detto, di usare l’alleanza con i grillini per un governicchio di pochi mesi, che portasse alle elezioni di primavera, “dove sicuramente lui e Di Maio si sarebbero presentati su fronti opposti”. Tutt’altra cosa rispetto all’accordo politico “di svolta” per tutta la legislatura che il PD di Zingaretti avrebbe poi raggiunto coi Cinque Stelle. Giuseppe Conte, comunque, “starà sereno” almeno per qualche mese, mentre lui proverà ad allargare quel cinque per cento di consenso che gli è stato attribuito da un sondaggio con nuovi acquisti dalla destra berlusconiana e qualche altra frangia centrista.

Proverà, ma non è affatto detto che ci riesca. E anche se ci riuscisse, non è quello che chiedeva lo stesso Bersani, quando in tv ripeteva, ricordate? “Chi vuole Macron vada con Macron”? Non potrebbe questa ennesima scissione rappresentare il chiarimento più volte auspicato come premessa alla formazione di una nuova sinistra unitaria, tutta dalla parte dei lavoratori? Potrebbe, se non ci fosse il rischio che un governo fatto nascere per una legislatura venga fatto morire prima che l’esperimento coi Cinque Stelle abbia realizzato almeno in parte il programma e il cambiamento che tutti attendono. “Sarebbe una scelta drammatica, un grande regalo a Salvini”, ha commentato ieri sul Manifesto Gianfranco Pasquino, professore emerito di scienze politiche e già senatore della sinistra per tre legislature.

Smetterla con i personalismi e partire subito con la concreta attuazione del programma concordato, a cominciare dai punti che più direttamente rispondono ai bisogni e alle attese dei cittadini. Non vedo altre strade per negare quel “grande regalo a Salvini” di cui scrive Pasquino. La prima strada richiederebbe un diverso atteggiamento da parte dei media. La politica non è fatta soltanto di leader. Anche attribuire questo divorzio nel PD all’ossessione per il comando solitario di Matteo Renzi è riduttivo. E’ chiaro che esiste da sempre un blocco sociale di interessi “moderati” in cerca di qualcuno che li difenda dietro la maschera arrabbiata o “divertente” del “nuovo”. Un guastatore come Renzi ha dimostrato di saperlo fare in passato e può continuare a farlo in futuro. Come annota  Ezio Mauro, “nasce un partito democristiano nella centralità geografica che vuole occupare, radicale nel metodo e nel carattere, futurista nella retorica”.

L’altra strada è ancor più decisiva. Mentre il senatore di Rignano si affretta a chiedere e ottenere da Vespa un confronto in tv con il leader della Lega, PD, LeU e Cinquestelle trovino subito il modo di riuscire in quello che Renzi ha dimostrato di non saper fare, una decisa anche se graduale riduzione delle disuguaglianze, dell’abusivismo e della evasione, della corruzione e del cuneo fiscale. In due parole, quello che ha dichiarato ieri il vice presidente del PD Deborah Serracchiani: “Dobbiamo essere noi il nuovo e non Renzi”. Non sarà un  Salvini della sinistra a cambiare l’Italia.

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