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La politica italiana con le “lancette spezzate”? Intervista a Antonio Pesca

 

La vita politica italiana è in continuo subbuglio, il governo giallo-verde è oramai imploso. L’opinione pubblica resta in attesa mentre si è completamente scatenata in commenti riversati sui social a cui hanno fatto eco tanti articoli sulla carta stampata all’indomani della pubblicazione della foto del ministro dell’interno Matteo Salvini che balla sulla spiaggia con una cubista. Il paragone è stato immediato con le foto “estive” di Aldo Moro, dove viene ritratto in giacca e cravatta sulla spiaggia insieme alla figlia Agnese. Noi ne abbiamo approfittato per scambiare qualche battuta con il giornalista Antonio Pesca, che ha di recente pubblicato un romanzo storico “Le lancette spezzate” (Graus Edizioni) dedicato proprio al caso Moro.

Pesca, nei giorni scorsi ha destato molto scalpore e, di conseguenza, scaturito infinite polemiche la foto del ministro degli Interni Salvini che sulla spiaggia di Milano Marittima balla in costume con una cubista. I giornali, le tv, il web hanno immediatamente paragonato l’immagine a quella di Aldo Moro in giacca e cravatta in spiaggia a Terracina con la figlia Agnese. C’è un corto circuito della politica? La stessa si è veramente fermata a quel 9 maggio del 1978? Oppure non riusciamo proprio ad adeguarci ai tempi che cambiano? 

Che ci sia un corto circuito della politica è un dato di fatto. Ma non credo che la causa sia qualche foto che immortala il Ministro degli Interni Matteo Salvini sulla spiaggia di Milano Marittima in compagnia di una cubista. Certamente, per il decoro e il rispetto del mandato che si svolge, alcuni politici dovrebbero avere una maggiore sobrietà.  Io credo che il corto circuito della politica sia iniziato alcuni anni fa con la caduta degli steccati ideologici che erano alla base delle formazioni politiche. Dico ciò perche, oggi, gli attori della politica non immaginano, e tantomeno programmano, il futuro di un popolo. Fanno a gara, invece, per riuscire a  raggiungere il potere e rimanerci ad ogni costo. Un corto circuito che vede la data del 9 maggio del 1978 tra quelle più significative ed importanti per capire l’evoluzione politica nel nostro Paese. 

D – Aldo Moro perseguiva un chiaro disegno politico che non era gradito, così come è stato ampiamente dimostrato, ai due grandi schieramenti dell’epoca capeggiati da USA e URSS.  Adesso, secondo lei, la politica italiana dispone di un progetto politico o possiamo dire che si vive alla giornata?

Come dicevo in precedenza, la politica, fondata sulle ideologie, è caduta insieme al muro di Berlino nel 1989. Oggi si assiste ad una lotta di potere tra opposte fazioni che hanno qualche differenza di valutazione su aspetti sociali ed economici che l’attualità propone. Per questo motivo, un disegno politico come quello intrapreso da Aldo Moro, e tragicamente interrotto tra il marzo e maggio del 1978, oggi sarebbe impossibile  da intraprendere. Negli anni settanta, Aldo Moro ed Enrico Berlinguer avevano dato vita ad una azione politica ribattezzata “compromesso storico”. Una iniziativa politica lungimirante che avrebbe aiutato ad uscire il nostro Paese dalla crisi economica, sociale e politica che lo caratterizzava. Però lo stesso disegno era sgradito alle due superpotenze, Stati Uniti d’America e Unione Sovietica, e ai contenuti che erano alla base degli accordi di Yalta del 1943. A tal proposito, c’è uno scritto emblematico di un giornalista molto informato sui fatti italiani dell’epoca. 

A chi si riferisce?

Mi riferisco a Mino Pecorellli, direttore di Osservatore Politico che sarà ucciso nel 1979.  Nell’edizione del suo giornale del due maggio 1978 cosi scriveva: “ L’agguato di via Fani porta il segno di un lucido superpotere …  Ancora una volta la logica di Yalta è passata sulle teste delle potenze minori. È Yalta che ha deciso via Mario Fani”. 

Nel suo libro, un romanzo storico ambientato a Torino vent’anni dopo i tragici fatti di via Fani, a un certo punto scrive che “il popolo italiano preferisce una semplice bugia ad una complessa verità”. E’ ancora così?

Assolutamente si. Il nostro popolo, oggi più di ieri, preferisce vivere in una realtà dove le notizie sono: “semplici, comprensibili e facilmente digeribili”. Che poi le stesse appartengono al mondo della fiction non importa. Anzi, direi che siamo un popolo che ama le fiction. La complessità della verità richiede, nella maggior parte dei casi, un approfondimento di conoscenza a cui molti nostri connazionali non sono disposti a sottostare.

Perché un romanzo storico per riflettere su quello che lei definisce i “fatti più tragici dell’Italia repubblicana”?

Perché se avessi scritto un saggio, lo stesso libro sarebbe andato ad arricchire le tante pubblicazioni su questo caso ma ad uso e consumo di una ristretta categoria di lettori. Ho pensato, illudendomi forse, che un romanzo ha una capacità di raggiungere un pubblico più ampio composto, soprattutto, di giovani. Con la speranza, ovviamente, che il lettore si appassioni alle vicende narrate e cerchi di approfondirne la conoscenza. Io credo che uno dei grandi mali del nostro tempo sia la memoria. Siamo un popolo che ha abbandonato,  nel dimenticatoio del tempo,  gli eventi del passato. Mentre, nelle scuole, le nuove generazioni vengono lasciate all’oscuro di ciò che è stato con programmi di apprendimento di storia che, quasi sempre,  non vanno mai al dì là della seconda guerra mondiale. E un popolo che dimentica il suo passato è destinato, prima o poi, a riviverlo. 

Nel libro si fa cenno più volte, attraverso gli articoli del giornalista che poi morirà suicida, ad un grande palcoscenico dove si muovono i burattini manovrati da entità invisibili. Adesso che gli schieramenti internazionali sono cambiati, si sostiene da più parti che i fili sono manovrati da altre entità. E’ veramente così? Con quali obiettivi?

Nel palcoscenico internazionale, in un mondo interconnesso come quello odierno dove l’economia e la finanza sono i settori più importanti, è difficile pensare che un Paese come il nostro non sia “attenzionato”. Geograficamente parlando, siamo la “portaerei” del Mediterraneo con una collocazione politica, oltre che economica, nella Unione Europea e nella zona Euro. A tutto ciò va aggiunto che la stessa aggregazione politica europea, e la moneta unica che ne è  scaturita,  mostra continuamente tante criticità. Ciò che rimane un’incognita è  se i burattinai sono gli stessi, oppure no, rispetto al passato. E quali, eventualmente, ne siano gli  obiettivi.  

Ritornando al caso Moro. Nei giorni scorsi il boss della camorra Raffaele Cutolo, in un’intervista rilasciata al quotidiano Il Mattino, ha nuovamente ribadito che lui “avrebbe potuto salvare il presidente della Democrazia Cristiana ma i vertici DC non vollero”. Non le ritiene, a distanza di oltre quarant’anni, dichiarazioni inquietanti soprattutto perché nessuno lo ha mai smentito?

Sì, queste dichiarazioni sono inquietanti. Però, lo stesso boss  già  in passato aveva accennato a tali fatti lasciando intuire che alcuni esponenti di spicco della Democrazia Cristiana gli avrebbero “consigliato” di non intromettersi  in quella vicenda. Dichiarazioni che vanno ad aggiungersi ad un “oceano” di fatti angoscianti  legati al caso Moro. Provo a elencarne qualcuno di questi fatti.

Dica pure.

Intanto, come facevano a sapere i brigatisti che quella mattina le auto, con il Presidente Moro a bordo, sarebbero passate in via Mario Fani? Poi i colpi esplosi  durante l’agguato quarantanove su novantatré vennero sparati da un’unica mano. Ancora, la moto Honda presente durante il rapimento e che non faceva parte del commando dei terroristi. Il bar Olivetti, da dove sbucarono i brigatisti, ufficialmente chiuso e che invece era aperto, come ha scoperto la Commissione parlamentare di inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro che ha chiuso i lavori nel dicembre del 2017. Poi, il falso comunicato nr 7, il covo di via Gradoli e la strana esecuzione di Moro che i brigatisti sostengono di aver effettuato nel garage di Via Montalcini.  Ma i riscontri, fatti  dalla stessa Commissione Parlamentare d’Inchiesta, mettono in forte dubbio le modalità descritte. Aggiunga a tutto ciò altri misteri  legati a dei fatti verificatisi prima e dopo quei cinquantacinque giorni del 1978.  Uno su tutti: il 4 agosto del 1974 ci fu la strage del treno Italicus. Pochi ricordano una strana coincidenza. Su quel treno era salito anche il Ministro degli Esteri dell’epoca, l’On. Aldo Moro, ma pochi minuti prima di partire, alcuni funzionari dello stesso ministero lo fecero scendere poiché doveva firmare alcuni documenti. Del resto, basta leggere la relazione della Commissione  parlamentare di inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro per rimanere sconcertati. 

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