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Lotta alle mafie: a volte l’incompetenza può far danni irreparabili?

 

Alcuni mesi fa ho proposto all’attuale Presidente della Commissione parlamentare Antimafia, Nicola Morra, l’istituzione di una commissione d’inchiesta “eterogenea” fra membri del Parlamento, esperti e rappresentanti delle associazioni dei familiari vittime delle mafie. Il presidente della Camera, Roberto Fico, che ha avuto la missiva per conoscenza, ha apprezzato l’idea, ma intanto sono passati mesi e nulla è accaduto neanche un accenno minimo ad una risposta seppur negativa. Sono venticinque anni che mi dedico agli studi sul crimine organizzato a livello scientifico e sul campo, pertanto, mi chiedo e chiedo al lettore: se la mafia ti “fa schifo”, come dichiarano molti componenti del governo giallo-verde, perché poi quando sei al governo e metti mano a una normativa fondamentale per il contrasto alle organizzazioni mafiose, lo fai senza consultare nessuno? Perché non ascolti chi ti sta dicendo che, forse, non hai fatto proprio un buon lavoro? Per arroganza di chi crede di non aver bisogno di aiuto? O peggio con coscienza e volontà?

Ripeto e mi domando senza alcune vena polemica: sono questi il governo e il parlamento del cambiamento? A maggio del 2018, il contratto di governo, a firma dei due partiti che oggi amministrano, Lega e M5S, contiene un paragrafo: circa settanta parole vaghe che riassumono l’impegno del nuovo governo a combattere le organizzazioni di tipo mafioso. Tra queste, le seguenti: “Bisogna potenziare gli strumenti normativi e amministrativi volti al contrasto della criminalità organizzata, con particolare riferimento alle condotte caratterizzate dallo scambio politico mafioso.” Frase che è talmente vaga da non dire nulla. In che modo e verso quale direzione a me che ho letto non è chiaro. Il giorno dell’approvazione della riforma sullo scambio elettorale politico mafioso, il relatore ha dichiarato: “Abbiamo spezzato la catena tra crimine organizzato e politica.” Giudizio direi molto azzardato.

I toni entusiasti non a caso sono stati subito smorzati dai comunicati delle organizzazioni che si occupano del tema da parecchi anni. I punti critici della riforma sono diversi. La riforma a mio parere potrebbe anche essere bocciata dalla Corte Costituzionale. La nuova normativa violerebbe il principio costituzionale della proporzionalità: l’articolo 416ter infatti, che è certamente sussidiario rispetto al 416bis, non può prevedere pene superiori a quest’ultimo. Per aumentare gli anni di carcere previsti per chi si macchi del delitto di voto di scambio si doveva logicamente aumentare quelle previste dal delitto di associazione di tipo mafioso. Una necessità che sarebbe senza dubbio emersa se solo fossero ascoltati e consultati giuristi ed esperti della materia. Altro principio potrebbe essere violato è quello di tassatività-determinatezza.

Il cittadino deve conoscere esattamente la condotta che configura il reato, invece, la nuova fattispecie incriminatrice appare una norma troppo generale e vaga che a mio giudizio rischia di non fornire tale garanzia, e dunque di risultare incostituzionale. Come ha ben evidenziato autorevole dottrina penalistica il problema più grande della riforma è il fatto che essa sposta l’attenzione dal metodo, ovvero quello mafioso, al soggetto: attraverso l’inserimento di tre sole parole sono infatti riusciti a rendere la legge di difficile applicazione. La norma prevede ora che la provenienza mafiosa del soggetto che propone lo scambio debba essere nota al politico che lo accetta. Una simile prova è di fatto impossibile da produrre in sede processuale.

Non si riesce a comprendere, inoltre, se questo implichi o meno che il soggetto in questione debba aver ricevuto una condanna con sentenza passata in giudicato per 416bis affinché si possa ragionevolmente dedurre che il politico sapesse della sua condotta criminale e in uno Stato di diritto, questo dovrebbe essere l’unico parametro per stabilire la colpevolezza di qualcuno. La norma invece di lottare le mafie rischia di favorirle assieme ai politici che scendono a patto con i clan, in quanto, affinché si configuri il delitto, il politico deve interfacciarsi con chi appartiene al sodalizio. Ma in termini penali l’appartenenza implica un vincolo interno se non addirittura una condanna. E, dunque, c’è il rischio di una interpretazione troppo stretta. Questo del 416ter non è il primo ruzzolone. Con la promulgazione del “decreto Genova” si è previsto “la deroga a tutte le norme extra-penali,” compreso il Codice antimafia.

Su un’opera pubblica di tali dimensioni, nel settore dell’edilizia – il 25% delle aziende confiscate al Nord per mafia lavoravano nelle costruzioni – questo non rappresenta solo un pericolo per la legalità, ma anche per i genovesi stessi. Non dobbiamo mai dimenticarci che molte attività connesse alla ricostruzione (dal movimento terra allo smaltimento dei rifiuti) sono nelle mani di imprese mafiose che detengono purtroppo il monopolio. Nello stesso decreto per Genova il governo ha previsto anche l’aumento del livello legale di sostanze inquinanti che è possibile sversare nell’ambiente attraverso i fanghi di scarto delle aziende: anche questa volta si è forse voluto ignorare che negli anni passati (2016-2017-2018) abbiamo registrato il record di inchieste e arresti per crimini contro l’ambiente e che il giro di affari delle ecomafie cresce cinque volte più in fretta del Pil italiano. Il 7 ottobre 2018, altro pasticcio, è passato al Senato il decreto Sicurezza, che all’articolo 36 modifica la normativa in merito alla razionalizzazione delle procedure di gestione dei beni confiscati, permettendo anche ai privati di partecipare a quella che diventa a tutti gli effetti un’asta pubblica.

Questo significa per chi è esperto di criminalità organizzata rendere infinitamente più semplice per un mafioso rientrare in possesso di ciò che aveva precedentemente acquistato tramite proventi illeciti. Ovviamente nel decreto è scritto che l’acquirente non può essere condannato per 416bis, né può essere un parente o un amico. Ma anche in questo caso: quanto può essere semplice provare che un prestanome abbia comprato il bene sotto pagamento o minaccia di un mafioso? Perché rendere le cose più complesse di quanto non lo siano già? L’incompetenza a volte può far danni irreparabili? Ai posteri l’ardua sentenza!

(Vincenzo Musacchio, Presidente dell’Osservatorio Antimafia del Molise)

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