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Il pentito Spatuzza e il furto della 126

 

Il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, all’epoca dei fatti oggetto del presente processo era pienamente inserito nella famiglia mafiosa di Brancaccio (famiglia egemone dell’omonimo mandamento, composto altresì da quelle di Ciaculli, Corso dei Mille e Roccella), sin dagli anni ’80, sebbene non fosse ancora ritualmente affiliato, come uomo d’onore. Infatti, come risulta anche dalle dichiarazioni degli altri collaboratori di giustizia escussi nel presente procedimento, soltanto dopo l’arresto dei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano (27 gennaio 1994) e quello di Antonino Mangano (24 giugno 1995), Gaspare Spatuzza diveniva uomo d’onore e veniva, contestualmente, investito (attesi i predetti arresti dei vertici della famiglia) della rappresentanza del mandamento mafioso di Brancaccio, su impulso e per volontà di Matteo Messina Denaro, che voleva un punto di riferimento per quest’ultimo territorio. La relativa cerimonia d’affiliazione si teneva in presenza dello stesso Matteo Messina Denaro, con Nicola Di Trapani a fare da ‘padrino’ e la partecipazione anche di Giovanni Brusca e Vincenzo Sinacori (questi ultimi due, com’è noto, divenuti collaboratori della giustizia, confermavano – entrambi – d’aver personalmente assistito a detta affiliazione di Gaspare Spatuzza, alla presenza dei predetti sodali71). Comunque, a prescindere da quest’ultimo dato relativo alla formale affiliazione (come detto, successiva ai fatti che costituiscono oggetto del presente processo), e rinviando ad altra parte della motivazione per l’analisi dei motivi della ritenuta credibilità soggettiva del dichiarante, anche in rapporto al suo curriculum criminale ed ai motivi della sua collaborazione con l’autorità giudiziaria, deve subito evidenziarsi come, già all’epoca della strage di via D’Amelio, Gaspare Spatuzza fosse organicamente inserito nella famiglia di Brancaccio e godesse della piena fiducia dei vertici di detto mandamento: infatti, egli entrava a far parte attiva del gruppo mafioso negli anni ’80 grazie al rapporto di conoscenza instaurato con la famiglia dei Graviano, dalla parte dei quali si era schierato nella guerra di mafia poiché, proprio come gli stessi fratelli Graviano, in relazione all’omicidio del loro padre (Michele Graviano), sospettava anch’egli che proprio fratello (Salvatore Spatuzza) fosse stato eliminato da quella fazione di Cosa nostra che faceva capo a Salvatore Contorno e, da quel momento in poi, s’era dunque prestato a controllare gli spostamenti dei familiari e dei soggetti ritenuti vicini allo stesso Contorno (del quale si temeva un ritorno a Palermo, per vendicarsi nei confronti di coloro che riteneva nemici, avvalendosi, appunto, dei familiari o dei soggetti a lui più legati).
[…] Gli incarichi che gli venivano, via via, affidati nell’ambito della famiglia di Brancaccio erano, nel corso del tempo, aumentati per frequenza ed importanza, arrivando (come meglio esposto nella parte dedicata alla valutazione della credibilità soggettiva del collaboratore) anche a numerosi omicidi per conto del sodalizio mafioso (fra gli altri, quelli di Don Pino Puglisi e del piccolo Giuseppe Di Matteo) e, soprattutto, al coinvolgimento diretto nell’intera campagna stragista, in Sicilia (con le stragi di Capaci e di via D’Amelio) e nel continente.
Venendo ai fatti oggetto del presente processo, Gaspare Spatuzza dichiarava, fin… continua su mafie

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