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Manfredi, Troisi e Corrado: la scanzonata grandezza

 
Ci sono casi in cui la grandezza non ha nulla a che spartire con la malinconia, anche se spesso la loro garbata comicità equivaleva a un riso amaro.
Manfredi, Troisi e Corrado, di cui ricorrono importanti anniversari, sono stati tre protagonisti di un mondo dello spettacolo che purtroppo non esiste più.
Tre gentiluomini, la cui ironia riusciva sempre ad avere un tratto lirico, che si parlasse di varietà o di uno dei bellissimi film di cui Manfredi e Troisi sono stati interpreti, fino a diventare le icone di un’epoca.
Basti pensare a capolavori come gli affreschi manfrediani della Roma papalina o il viaggio per errore di Benigni e Troisi nel 1492, fra battute esilaranti e riflessioni tragicomiche sulle successive evoluzioni della nostra storia. Senza dimenticare i meravigliosi duetti con Philip Noiret ne “Il postino”: un omaggio all’arte sublime di Neruda e alla sua battaglia per la libertà, contro ogni forma di totalitarismo, alla ricerca dell’essenza più pura dell’essere umano e del suo insondabile mistero. Un Troisi che stava già male, quello de “Il postino”, in cui la sofferenza del personaggio si mescolava con quella dell’attore, restituendo un’immagine di strazio, interiore ed esteriore, che ha reso quel film una pietra miliare della cinematografia mondiale.
E che dire dell’arguzia di Corrado, del suo entrare in punta di piedi nelle case degli italiani, della sua simpatia travolgente, della sua inventiva e della splendida eredità che ha lasciato ovunque abbia avuto modo di lavorare?

E Manfredi, il ragazzo partito dalla Ciociaria che ebbe la forza di affermarsi soltanto grazie al suo talento, alla sua genuinità e al suo essere l’emblema di un’Italia che voleva tornare a vivere, a ridere e a credere in qualcosa?
Non c’era nulla di sguaiato o di artificiale in loro, nulla di eccessivo, di fuori luogo, di smodato. Erano tre giganti dotati di una sorprendente umiltà, tre uomini d’altri tempi, tre persone che avrebbero fatto molta fatica a riconoscersi in questa stagione pecoreccia in cui prevalgono l’urlo e la cattiveria.
Ci mancano, così come ci manca la loro capacità di non prendersi mai troppo sul serio, riuscendo sempre a sdrammatizzare e a restituirci la dimensione umana delle cose.
Rendiamo loro omaggio con nostalgia e affetto, ben coscienti del fatto che oggi tre figure così, probabilmente, non avrebbero successo.
P.S. Dedichiamo quest’articolo a Pippo Baudo, l’ultimo superstite di quella scuola che festeggia i sessant’anni di carriera. Speriamo che sia d’esempio a molti perché ne abbiamo bisogno.

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