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C’è del marcio nel piatto

 

di Gian Carlo Caselli

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Gian Carlo Caselli – Ex Magistrato, C’è del marcio nel piatto, Piemme

Le pratiche illegali di ogni tipo,  fino alle  mafie,  hanno nel loro DNA la vocazione di inserirsi capillarmente nei settori a bassa intensità espositiva in cui possono conseguire consistenti profitti, naturalmente quanto più possibile truccando le carte: quindi illeciti lucrosi con pochi rischi.
Il settore del cibo, da questo punto di vista, è l’ideale: si può guadagnare molto, e si rischia poco. Abbiamo  quindi a che fare con comportamenti insidiosi e spietati  ma anche “silenti”, perché abilmente nascosti nelle «pieghe» dell’imprenditoria legale, e che rispondono alla logica del profitto a ogni costo.
Attenzione, però: profitto a ogni costo ma secondo precisi criteri di razionalità, nel senso che l’agromafioso o «agrodelinquente» o aspirante tale valuta la propria condotta alla luce dei benefici e dei costi prevedibili. E se questo calcolo costi-benefici fa pendere la bilancia in direzione dei secondi, ecco che fisiologicamente sarà portato a non attribuire una qualche forza deterrente alla pena. Nella pena minacciata, invece di un argine,  finirà inesorabilmente per  vedere –senza paradossi – una sorta di incentivo a delinquere. Se la punizione finisce per essere una specie di lotteria, che di fatto garantisce ricchi premi e sostanziale impunità alle  malefatte gravi,  riservando le poche sanzioni alle bagatelle, ecco che le norme non hanno più una funzione di freno, ma addirittura una funzione – non è esagerato, è così purtroppo – criminogena.
Spiace constatare che  questo vale, nel nostro Paese, per la normativa attualmente vigente in materia agroalimentare (penal-processuale ma non solo). Il bisogno di sicurezza alimentare – e di adeguata repressione – va ricercato in una dimensione oggi ormai allargata di filiera, che va oltre i confini nazionali: i problemi non si riducono più all’oste che mescola l’acqua al vino, come ipotizzava il Codice Rocco con il vetusto art. 515 c.p.,  ma –  passando per illeciti vari e per  l’agropirateria –  giungono alle agromafie. Invece di un sistema  al passo coi tempi abbiamo una normativa-colabrodo, contraddittoria, da riformare radicalmente con urgenza. Una normativa  paragonabile – tanto per restare in tema – ad una groviera, con tutti i suoi buchi  ( spesso voragini) o le sue falle di sistema,   nelle quali può infilarsi di tutto, anche il peggio: perché rappresentano un brodo di coltura ideale per l’insediamento, in  vari contesti, di comportamenti criminali anche  seriali.
Troppe sono le carenze, le superfetazioni e gli anacronismi, più volte denunciati. Non a caso, nel 2015, l’allora Ministro Orlando aveva istituito presso il Ministero della Giustizia una Commissione di riforma ( chiamando il sottoscritto alla presidenza): questa Commissione ha elaborato e definito in pochi mesi un progetto di 49 articoli, che però è stato approvato dal Consiglio dei ministri soltanto nel dicembre 2017, con oltre due  anni di ritardo quasi inspiegabili. Ma quel che è peggio e persino strano (a dire davvero poco…)  è che l’approvazione da parte del CdM è intervenuta  il giorno prima dello scioglimento del Parlamento, con trasmissione a questo il giorno dopo lo scioglimento stesso.….
A questo punto non resta che sperare nella nuova legislatura: alcuni neo-parlamentari ( trasversali ai vari gruppi e schieramenti) hanno ripreso il progetto facendone un proprio disegno di legge, ma per il momento la disciplina è ancora quella vecchia, le fattispecie incriminatrici sono sempre  quelle del codice del 1930, distanti anni luce dalle moderne esigenze di tutela della sicurezza alimentare e del  Made in. Ora vedremo quel che succederà.
Vedremo se  prevarrà chi accetta un modello di sviluppo orientato al benessere della collettività, alla distintività dei prodotti e alla sicurezza del consumatore. Oppure chi preferisce le resistenze corporative ad una onesta e trasparente collaborazione per l’interesse generale. Non è certo un caso che a preoccupare di più certi ambienti siano  le novità del progetto che riguardano l’ambito processuale dell’accertamento della verità. In particolare:  l’estensione dei limiti di ammissibilità  delle intercettazioni; una nuova disciplina per le operazioni di prelievo e campionamento a sorpresa; la possibilità di ricorrere ad accertamenti tecnici più incisivi (tipo l’esame del dna,   come nel doping sportivo); la previsione di corsie preferenziali per la trattazione dei processi per violazione delle nuove norme.
L’obiettivo ultimo  del progetto di riforma è quello di una  “etichetta narrante”,   che accompagni il prodotto dal campo allo scaffale di vendita e alla tavola,  consentendo  al consumatore  di scegliere consapevolmente , conoscendo tutto quel che gli serve per sapere con certezza quel che mangia o  beve:  origine del prodotto e passaggi successivi  di lavorazione o trasformazione,  provenienza di tutti gli ingredienti impiegati e via via fino alla data di scadenza. Una garanzia di cibo buono sano e giusto. Una precondizione della sicurezza alimentare . Tra l’altro anche  un ottimo antidoto  contro la piaga del caporalato.
La posta in gioco con la riforma  è molto  alta;  e se ancora una volta non se ne facesse niente, a perdere sarebbe la sicurezza dei cittadini/consumatori. A vincere sarebbero  i “soliti noti”: quelli che le regole valgono solo per gli altri; quelli che le regole gli danno l’orticaria; quelli che le regole vanno bene solo quando ci sono da difendere  i propri interessi di cordata o di  bottega; quelli che appunto troviamo schierati contro la riforma.
Fare previsioni  sul futuro non è mai facile, ma  se ci riferiamo al governo giallo-verde (con  tendenza… al bruno) diventa  persino un azzardo. Perché le contraddizioni interne e le suggestioni esterne, intrecciate con variabili continue, sono talmente tante da rendere il quadro piuttosto confuso.
Va per altro detto che da parte del ministro della giustizia Alfonso Bonafede si sono avuti di recente segnali di disponibilità e interesse. Se son rose…

Da mafia

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