Sei qui:  / Articoli / Informazione / Lavoro / Ciclofattorini e giornalisti precari: l’indecenza del lavoro povero

Ciclofattorini e giornalisti precari: l’indecenza del lavoro povero

 

Se fossimo in un film, saremmo in un film d’avventura: “Alla ricerca della dignità (del lavoro) perduta”. Se dovessimo scrivere il testo di una canzone, con ogni probabilità sarebbe interpretata da un inedito Fedez, che si troverebbe a cantare: “Dove vai, se la mancia non ce l’hai?”. Invece, purtroppo, il mondo del lavoro precario, senza diritti né tutele, in questo primo maggio 2019 è tragicamente cogente e reale.

Emergono connotati grotteschi, infatti, nella dialettica che vede il ministro del lavoro, Luigi Di Maio, rapportarsi ai ciclofattorini in balìa di app e algoritmi, che attraverso il cosiddetto “ranking reputazionale” decidono vita, morte e miracoli del loro lavoro. E altrettanto grottesca, in un parallelo tutt’altro che ardito, appare la situazione dei giornalisti precari italiani. Migliaia di professionisti pagati “a pezzo”, senza diritti né tutele, che proprio in Emilia-Romagna hanno gridato al mondo di essere “i riders dell’informazione”. Una condivisione ideale di storture che vanno dal cibo a domicilio portato da un “lavoratore autonomo”, alle notizie dei palazzi del potere scritte da giornalisti pagati a cottimo. La mancanza di regole, norme e minimi livelli di dignità del lavoro sono gli elementi comuni tra questi mondi così lontani e nello stesso tempo così vicini.

La “narrazione” del lavoro in Italia, a quanto pare, non sta funzionando. In tanti rimangono indietro, e tra chi è costretto a salire sui tetti per farsi ascoltare, e chi per scioperare deve “uscire” da un’applicazione, sono in tanti ad augurarsi che il palco del Primo Maggio a Bologna, da cui parleranno Maurizio Landini, Anna Maria Furlan e Carmelo Barbagallo, possa cambiare segno e tentare di ricomporre un mondo del lavoro mai così frammentato e diviso.

Tanto ci ha messo lo “strappo” del jobs act: lavoratori che vantano diritti indisponibili da un lato (quelli assunti prima del marzo 2015), e lavoratori i cui stessi diritti sono monetizzabili (quelli assunti dopo, ndc). E se la sensibilità della (fu?) rossa Emilia-Romagna su questi temi è nota, chissà che il palco di piazza Maggiore riesca a dare visibilità e forza al tema del “lavoro povero”, che accomuna fattorini e giornalisti non dipendenti.

Proprio in Emilia-Romagna, infatti, i giornalisti precari di Parma e Piacenza sono scesi in piazza per denunciare condizioni di sfruttamento simili a quelle dei riders dei vari Deliveroo, Glovo, Foodora, Uber Eats. E dal canto loro, pochi giorni fa i ciclofattorini si sono “sloggati” dalle piattaforme, mettendo in campo così uno sciopero 2.0.

L’esplosione delle contraddizioni del “lavoro povero” è lampante. Con un ministro del Lavoro che traccheggia sul tema e al massimo ha emanato “spot” sui social, anziché norme e regole che chiedono riders e giornalisti, orfani di norme e spesso di rappresentanza, entrambi bisognosi di tutela nei confronti di committenti che definire “forti” appare riduttivo.

Si assomigliano molto, infatti, giornalisti precari e ciclofattorini. Le richieste di un salario giusto, il diritto alla malattia, alle ferie, al riposo, le tutele previdenziali e contro gli infortuni, accomuna questi lavoratori.
Questa Festa dei lavoratori e delle lavoratrici può portare sul tavolo del Governo i temi del lavoro povero. Giornalisti precari, sottoposti a forme di sfruttamento legalizzato come i CoCoCo, senza diritti né tutele, e fattorini delle consegne a domicilio, lavoratori autonomi (sic) in cerca dei minimi termini di tutela contrattuale come ai tempi degli scioperi delle mondine del Pavese del secolo scorso. A unire fattorini e giornalisti precari, al di là delle parole del segretario generale Fnsi, Raffaele Lorusso, che ha paragonato i cococo dell’informazione ai riders del cibo a domicilio, sono problemi contrattuali, di tutela individuale e collettiva. E soprattutto problemi retributivi. Per i giornalisti, infatti, rimane ancora lettera morta sia un Equo compenso (legge 233/2012), sia l’emanazione delle tabelle per la liquidazione giudiziale dei compensi. Per i fattorini, l’organizzazione del lavoro senza volto né cuore delle applicazioni prodotte dalle multinazionli, e la mancanza di tutele minime sono temi non più rinviabili.

A Bologna, il Primo Maggio, proviamo a “unire i puntini”. Uniamo le lotte. Scopriremo che l’unico disegno che può uscirne mostra lavoratori stanchi della giungla senza regole in cui devono vedersela con editori, multinazionali e istituzioni che, quando va bene, si girano dall’altra parte.

TI POTREBBE INTERESSARE ANCHE