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Hate speech. La delibera Agcom chiama in causa pesantemente il ruolo svolto dall’informazione

 

E’ presto per dire se stia finalmente per chiudersi l’epoca dell’irresponsabilità. Ma tra qualche mese sarà meno facile, per il sistema della comunicazione, alimentare sciaguratamente la spirale dell’intolleranza: per consapevole calcolo politico o “soltanto” – ma non è un’attenuante – perché l’odio fa bene allo share, “in tv funziona”.
Dopo aver lanciato ripetuti segnali di preoccupazione, l’Agcom (l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni) ha varato uno schema di Regolamento “in materia di rispetto della dignità umana e del principio di non discriminazione e di contrasto all’hate speech”. A supportare questa decisione, i dati in costante aumento sui ‘reati d’odio’ e i ripetuti richiami degli organismi internazionali: da ultimo il Consiglio d’Europa, che in un rapporto di gennaio evidenzia come “la società italiana abbia registrato una crescita delle attitudini razziste, della xenofobia e dell’anti-Gypsism nel discorso pubblico, specialmente nei media e su internet”. E’ notizia di ieri che impressiona, e che nella delibera Agcom ovviamente non ha fatto in tempo ad entrare, la denuncia arrivata dalla trasmissione di Rai Radio3 Fahrenheit: il fastidio col quale non pochi ascoltatori hanno reagito al programma dedicato a Primo Levi, perché “insomma, basta con questi ebrei”.
Ma soprattutto la delibera Agcom fa perno su un primato che ci inchioda, e che chiama in causa pesantemente il ruolo svolto dall’informazione: siamo infatti il Paese – ricorda l’Autorità citando studi diversi dal risultato convergente – dove maggiore, in tema di migrazioni, è la divaricazione tra la realtà e la percezione, tra i dati di fatto e il sentire diffuso. Gli immigrati realmente presenti in Italia sono il 7% della popolazione, ma crediamo che siano il 25%, più del triplo.
E’ una ‘forbice’ malefica, che taglia a pezzi la credibilità di una categoria che del “rispetto della verità sostanziale dei fatti” (articolo 2 della legge istitutiva dell’Ordine dei giornalisti) dovrebbe fare il suo pilastro. Tra realtà e percezione noi giornalisti non possiamo esitare, come un medico non può aver dubbi tra la vita e la morte. Come ricorda il Manifesto di Assisi, “impariamo il bene di dare i numeri giusti”. Invece troppo spesso abbiamo continuato a costruire racconti allarmati e allarmanti, delle specie di fiction ansiogene e coinvolgenti su presunte invasioni, pompando a dismisura singoli casi di cronaca e mettendo la sordina a dati di contesto che avrebbero fatto sembrare meno credibili le urla di chi, su quel ‘procurato allarme’, stava costruendo il suo successo politico.
Ora l’Agcom dice ‘basta’. Il Regolamento sui discorsi di odio entrerà in vigore, dopo una consultazione pubblica di qualche settimana, e dalla sua applicazione potranno derivare non solo richiami e obblighi di messa in onda di messaggi di riparazione, ma anche sanzioni economiche fino ai 250mila euro.
Con una sollecitazione in più alla Rai – come è giusto, trattandosi del servizio pubblico – alla quale viene chiesto di “assicurare la diffusione di contenuti e di specifici format che promuovano valori di inclusione sociale e di apertura alla diversità”. Perché non è sufficiente evitare – quando ci si riesce – di fare da megafono alla xenofobia: c’è anche da far conoscere le buone pratiche, smontare il racconto di un mondo sotto assedio.
Ma l’intervento Agcom merita apprezzamento anche per un’altra ragione: chiama a rispondere non solo radio e tv, ma con loro finalmente le “piattaforme per la condivisione di video”. YouTube e soci, dunque, non potranno più cavarsela dicendo di essere semplici autostrade sulle quali ciascun privato automobilista guida come vuole, anche mettendo a rischio la vita altrui. D’ora in poi i giganti del digitale dovranno rispondere, fornendo un loro “report trimestrale sul monitoraggio effettuato per l’individuazione dei contenuti d’odio on line”.
E proprio perché si annunciano incisive, le nuove norme hanno subito incontrato, come era prevedibile, anche forti critiche. Il Giornale parla di un decalogo “folle” e “tragicomico”, mentre Libero lamenta la “pulizia etnica delle idee”: “siamo alla frutta, anzi al cous cous” è l’attacco del pezzo contro i “buonisti dell’Agcom”. Ai quali tra l’altro imputa di chiedere, nel Regolamento, che le trasmissioni sui migranti diano voce anche ai migranti: “Se invito Salvini in studio, quanti eritrei devo precettare per rispettare la nuova par condicio?” Pensa tu che scandalo: dover far sentire anche il punto di vista di chi solitamente viene pestato in contumacia! Non sarà meglio lasciarlo in Libia, o a vagare nel Mediterraneo?

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