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Braccati dalla fiamme. ‘Ceneri’ al Teatro di Rifredi

 

Nella mitologia norrena la prima donna è stata creata a partire da un olmo mentre il primo uomo da un frassino; sempre secondo questi miti alla fine di tutte le cose il mondo verrà divorato nelle fiamme portate dalla spada del gigante Surtr. Il legno che prende vita, le fiamme e la distruzione: ecco i componenti dello spettacolo “Ceneri”, con la regia di Yngvild Aspeli, ispirato al romanzo “Prima del fuoco” di Gaute Heivoll, edito da Marsilio.

Uno scrittore in crisi si accorge che la sua vita torna spesso a intrecciarsi con degli eventi avvenuti quando era bambino, riguardanti gli incendi appiccati da un piromane. L’incendiario, figlio di un pompiere e di una donna che, scoperte le colpe del figlio, si tormenta mentre lui, spinto da un’apparente schizofrenia, dà alle fiamme sempre più edifici. Il piromane nutre la sua natura distruttiva con gli incendi, in parallelo l’autodistruzione dell’autore si nutre dell’alcol assunto, che lo trascina in una spirale che lo consuma dentro, nello stesso modo in cui si consuma una sigaretta, le stesse fumate il padre dell’autore in punto di morte. L’alcol, la benzina, le fiamme e il fumo evocano sul palco una creatura che incarna il concetto stesso di distruzione, di predazione da parte di qualcosa di terribile: l’Ürwolf, ovvero il lupo primigenito, che richiama Fenrir, il mitologico figlio di Loki, con le fauci grandi come il cielo destinato a divorare Odino, il padre degli dei.

Da sempre gli uomini temono le proprie pulsioni e le rappresentano come bestie, pronte a assalirli appena si mostra debolezza; in questo modo il terrificante lupo con occhi come tizzoni bracca lo scrittore per trascinarlo nella disperazione e bracca il piromane per portarlo alla rovina. Presto i due protagonisti diventano l’uno l’ossessione dell’altro, si sussurreranno all’orecchio a vicenda pronti per essere divorati e diventare prede del lupo. Soltanto l’amore della madre del piromane, che riuscirà a riscuotersi dall’ipnosi attraverso la quale osservava il figlio agire senza opporsi, riuscirà a placare la belva, mettendo di fronte agli occhi dell’incendiario i volti delle famiglie rimaste senza casa, che fino a quel momento erano per lui solo spettri evanescenti ma che nella conclusione dello spettacolo si contrappongono, tutti assieme in un angolo della scena, al piromane, solo, in una zona antipodale.

La scena buia vede l’attore interagire con le marionette, prenderne il controllo e esserne sottomesso, con figure che escono dal buio per prendere vita animati dai due marionettisti, i quali a volte si nascondono nell’ombra e altre escono allo scoperto per sussurrare alla marionetta del piromane, prendendo la forma delle sue voci mentali. Il palco è separato da un telo da proiezione che oltre a servire per mostrare le frasi battute a macchina dallo scrittore divide il proscenio dal resto del palcoscenico permettendo di evidenziare la distanza metaforica dei personaggi nelle varie scene. Il teatro di figura è figlio della metafora e della simbologia, ha una potenza evocativa che scuote l’animo a volte più che un attore in carne e ossa: la forza della marionetta è lo straniamento, ci assomiglia, è uguale a noi, si muove ma non dovrebbe; una sensazione di inquietudine che ci fa rimanere con gli occhi incollati sulla scena.

Una delle immagini ricorrenti nello spettacolo è quella delle fiamme che bruciano all’interno delle case e del piromane, consumando tutto; le stesse fiamme che contorcono le viscere dello spettatore che riconosce i tormenti e le paure che seguono ogni essere umano, e se non si trova qualcosa che ci dia la forza per affrontarle, alla fine ci divoreranno, così come i figli di Fenrir, Skǫll e Hati divoreranno il sole e la luna il giorno alla fine di tutte le cose.

 

PLEXUS POLAIRE (FRANCIA / NORVEGIA)

CENERI

uno spettacolo di Yngvild Aspeli
attori e marionettisti Viktor Lukawski, Aïtor Sanz Juanes (in
alternanza con Alice Chéné) e Andreu Martinez Costa
scenografie Charlotte Maurel e Gunhild Mathea Olaussen
musica Guro Moe Skumsnes e Ane-Marthe Sørlie Holen
costumi Sylvia Denais – luci Xavier Lescat
video David Lejard-Ruffet

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