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Speriamo che prima o poi arrivi qualcuno che ci strappi da questo eterno presente

 
Speriamo. Da oltre due millenni abbiamo preso l’abitudine di interrogarci e di sperare quando, dal nome del dio bifronte Giano, a gennaio l’anno fa la sua giravolta e si presenta come nuovo, come promessa e speranza. Per questo gli àuguri interrogavano il volo degli uccelli e ancora oggi abbondano gli oroscopi e ci facciamo gli augùri. Allora speriamo.
Speriamo, nel nostro piccolo, che la promessa del cambiamento dei nostri governanti venga realizzata e abbiano torto i profeti di sventura, che infilano i loro calcoli per dimostrare l’arrivo di una piccola apocalisse piena di debiti, in attesa di quella più grande e forse definitiva a livello globale.
Speriamo, nel nostro piccolissimo, che il Partito democratico si decida tra un’eutanasia rassegnata e l’impegno a raccontare -con le primarie, che rischiano di essere l’ennesima occasione sprecata- cosa propone all’Italia che gli ha girato le spalle. A livello microscopico, si potrebbe sperare che Matteo Renzi si decida ad uscire dal partito, che prima ha “drogato” e poi semidistrutto, senza fagli ancora troppo del male.
Speriamo che gli italiani non mettano solo tanti like al discorso di fine anno del presidente Mattarella, ma che lo ascoltino davvero quando ci ricorda sommessamente che non c’è sicurezza senza condivisione e solidarietà, che il Parlamento non può essere ignorato, che bisogna rifiutare “l’astio, l’insulto, l’intolleranza, che creano ostilità e timore”, sottolineando con forza l’importanza dell’Europa per il nostro futuro. In 15 minuti, il presidente Mattarella ci ha offerto le coordinate fondamentali, i contenuti e il metodo della “buona politica”. Nel frattempo speriamo che venga tagliata la “manina” che ha scritto la “tassa sulla bontà”.
Speriamo, poi, che gli italiani non solo acclamino il vecchio gesuita che si è fatto chiamare Francesco quando ci ammonisce, con un sorriso triste e severo, che “mostrarsi cattivi talvolta pare persino sintomo di fortezza”. Al ministro dell’Interno, Matteo Salvini, saranno fischiate le orecchie, ma lui –nutella e rosario verde in mano- di queste “chiacchiere” se ne infischia e aumenta nei consensi.
Ma il vecchio gesuita, che si è fatto chiamare Francesco, a suo modo, è un duro e non molla, e così ammonisce tutti noi, fedeli e non credenti: “Un mondo che guarda al futuro senza sguardo materno è miope. Aumenterà pure i profitti, ma non saprà più vedere negli uomini dei figli. Ci saranno guadagni, ma non saranno per tutti. Abiteremo la stessa casa, ma non da fratelli. Un mondo nel quale la tenerezza materna è relegata a mero sentimento potrà essere ricco di cose, ma non di domani”.

Speriamo, allora, che prima o poi arrivi qualcuno che ci strappi da questo eterno presente e cominci a raccontarci un’idea di futuro che rimetta al centro l’uomo e non solo la logica spietata del profitto che pretende un “enorme accumulo di merci”, sempre più ingiusto e squilibrato. Speriamo che il lavoro sia un “valore”, come detta la nostra Costituzione, e non solo una merce da pagare sempre meno.
Speriamo che i nostri giovani non sia condannati all’esilio e che la scuola ritorni ad essere il motore del miglioramento sociale. Speriamo che si possa far politica ragionando e discutendo, senza esser costretti all’obbedienza e condannati all’eresia se si sceglie di dire la propria opinione.
Con qualche fatica, speriamo che gli ultras non vengano promossi a nuova classe dirigente e che le bugie abbiano le gambe corte.
Speriamo che un algoritmo non diventi padrone del nostro destino, di non annegare in un mare di plastica o soffocati dall’inquinamento e che il riscaldamento globale non sciolga del tutto ghiacciai che consideravamo “eterni”. Speriamo, nonostante tutto, che qualcuno riesca a ricaricare le batterie del nostro esausto ottimismo e ci racconti un domani umanamente possibile. Speriamo?

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