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Dalla democrazia alla dittatura digitale

 

In un giorno non troppo lontano vedremo la democrazia rappresentativa come oggi guardiamo alla monarchia assoluta: qualcosa di obsoleto. E’ la tesi di Casaleggio e dei Cinque Stelle, ribadita giorni fa da Alessandro Di Battista. Che non sia del tutto infondata lo dimostra anche l’affollato dibattito sul rapporto tra popolo ed élite, aperto da Alessandro Baricco sulle pagine di Repubblica. 

Popolo e potere – Fra i tanti interventi, quello di Silvia Ronchey ha ricordato che  il demos, il “popolo”, non ha mai avuto per sé “il kratos, il potere o tantomeno il governo”. Quest’ultimo è passato da quelli che venivano definiti aristocratici nell’antichità a quella che si definisce “élite” nei tempi moderni. Dal modo, più o meno rispettoso della volontà popolare, in cui nasce e viene rinnovata l’élite e dalla “valutazione del rapporto tra processo di selezione sociale e capacità naturali” si giudica quella che chiamiamo – non senza mistificazione, precisa la Ronchey – democrazia. 

Se la democrazia può ancora dirsi, come nella celebre battuta di Churchill, la peggiore tra le forme di governo ad esclusione di tutte le  altre, non è perché garantisca la razionalità delle scelte elettorali, che per lo più si basano sui sentimenti e non sul pensiero, tanto meno sulla competenza. All’elettore si chiede non che cosa pensa, ma “che cosa prova” per un partito, per un candidato o per una determinata questione. (“how do you feel about the Brexit deal?” si chiedeva nel referendum britannico). E il segreto dell’urna dovrebbe essere sufficiente a garantire la “libera volontà” di ogni elettore, competente o disinformato che sia. Ma è ancora così? E se sì, fino a quando?

La lezione di Harari – A rispondere, in una delle sue “21 lezioni per il XXI secolo”, è un professore di storia israeliano, Yuval Noah Harari, dottorato a Oxford e docente all’Università di Gerusalemme. Noto ormai in tutto il mondo come autore del best seller “Sapiens, da animali a dei”, tradotto in 30 lingue. Annuncia che la fonte dell’autorità, dopo essersi gradualmente spostata nei millenni di storia precedente dalle autorità religiose agli esseri umani grazie alla rivoluzione liberale, con la rivoluzione tecnologica in atto potrebbe ancora spostarsi dagli uomini in carne ed ossa agli algoritmi. Questo perché i sentimenti, come insegnano le neuro scienze, sono processi biochimici che “si basano sul calcolo, non sull’ispirazione o sulla libertà”. 

Quando, in un futuro non troppo lontano, i progressi della scienza biomedica si uniranno alla rivoluzione della tecnologia informatica, prevede Harari, produrranno “algoritmi che potranno capire e controllare i miei sentimenti meglio di me, e l’autorità si sposterà dagli esseri umani ai computer. Crollerà la mia illusione di avere una libera volontà e ogni giorno troverò istituzioni, aziende e agenzie governative che comprenderanno e manipoleranno quello che finora è stato il mio inaccessibile regno interiore”.

Non è fantascienza. Sta già accadendo. Già oggi, scrive Harari, la ‘verità’ è definita dal primo risultato di ricerca di Google. Già oggi ci affidiamo alla guida dei “navigatori” o agli itinerari di “maps”. Ai suggerimenti personalizzati di Amazon o di Netflix. Alle amicizie possibili su Facebook e Twitter. E si può essere certi che continueremo a farlo, così come ad approvare ciecamente tutte o quasi le complicatissime autorizzazioni richieste  su internet, perché è più comodo e conveniente. 

Ma è  conveniente, sappiamolo, soprattutto per i proprietari degli algoritmi. E bene ha fatto uno specialista della materia, Guido Scorza, a replicare oggi sulla Repubblica al papà di Facebook. Ieri, 25 gennaio, Mark Zuckerberg, aveva vantato il prezioso contributo offerto gratuitamente dalla sua piattaforma alla comunicazione di miliardi di persone. “Nessuno regala  niente”, ha replicato Scorza. Perché se è vero che grazie ai social possiamo esercitare la libertà di parola più che in passato “si tratta pur sempre di bacheche private il cui proprietario, legittimamente, decide quali sono le informazioni scritte più in alto, quali in grassetto e quali vi restano più a lungo delle altre”. E lo fa esclusivamente sulla base del tornaconto economico per la sua azienda.

La dittatura digitale. Niente esclude che al tornaconto economico derivato oggi ai padroni deiBig Data (Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft) dalla pubblicità possa aggiungersi o mescolarsi, direttamente o indirettamente, un tornaconto politico. Ecco allora che quanto citavamo all’inizio, il futuro che si prospetta per la nostra democrazia, non è solo frutto della fantasia “malata” di Casaleggio o di Di Battista. Anche secondo Harari, “la democrazia nella sua forma attuale non può sopravvivere in un sistema strutturato dalla combinazione tra tecnologie biologiche e informatiche. O la democrazia sarà capace di reinventarsi in una forma radicalmente nuova, o gli esseri umani finiranno per vivere in una ‘dittatura digitale’”.  

Già oggi le decisioni più importanti non sono prese dai politici ma molto prima da economisti, banchieri e uomini d’affari. Molto presto ricchezza e potere potrebbero essere “concentrati nelle mani di una piccola élite , mentre la maggior parte delle persone sarà sfruttata e, cosa molto peggiore, sarà irrilevante”. Anche perché – aggiungo io – la tendenza, avviata in questi decenni, ad accentrare il potere nelle mani di un leader, a costo di mortificare la separazione dei poteri propria dello “Stato di diritto”, non aiuta di certo ad allontanare l’avveramento della profezia.

Controllo democratico dei big data. C’è solo un modo per impedire la dittatura digitale o almeno tentare di ostacolarla. Controllare la proprietà dei dati. Garantire la loro trasparenza e negoziabilità da parte di chi ha la rappresentanza democratica dei soggetti a cui si riferiscono. Le norme di garanzia della  privacy non sono sufficienti se una potenza di calcolo sempre più decisiva sarà gelosamente custodita e finalizzata al profitto di pochi privilegiati. Ma questo obbiettivo, pure indispensabile al mantenimento  di una vera democrazia, continua ad essere assente non solo nei programmi di destra e sinistra, ma perfino dall’orizzonte del dibattito culturale, sia tra gli intellettuali che tra le forze politiche.

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