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Chiaroscuro

 

di Danilo Chirico

DCchiaroscuro

Bompiani

Ho scritto Chiaroscuro – un romanzo, un thriller politico criminale – per bisogno di verità. Dopo tanti anni di lavoro guidato soltanto dal rigore delle fonti – nell’improbo tentativo di restituire almeno un po’ di dignità e giustizia ai troppi “dimenticati” della mia terra – ho trovato nell’immaginazione l’unica strada possibile per un racconto del reale che fosse credibile. Perché senza mediazioni, perché ostentatamente senza prove.
Che non significa avere trasfigurato nomi di luoghi e personaggi di una storia vera per trasformarla in fiction. Vuol dire invece compiere l’operazione contraria. Nelle note al mio libro ho voluto che ci fosse scritto: “I personaggi e i fatti qui narrati sono immaginari. È autentica invece la realtà sociale e ambientale che li produce”. Non sono parole mie, sono parole che però sento profondamente mie.
Le ha scelte Francesco Rosi più di mezzo secolo fa per aprire il suo profetico Le mani sulla città. Rappresentano la rivendicazione di un metodo, di una missione intellettuale e civile. Di un punto di vista necessario per un romanzo su questi anni complessi e contraddittori. Soprattutto se stai indagando il potere più crudele e asfissiante, il suo cinismo e le sue liturgie, se vai alla ricerca dell’anima ferita e incerta di chi abita (o ha lasciato) due città – le mie due città – come Reggio Calabria e Roma.
Se vuoi riflettere sul senso delle scelte di ciascuno, e soprattutto sulle conseguenze di queste scelte. Se hai deciso di mostrare senza prudenze ma con pudore la sconfitta bruciante di una generazione – la mia – che s’illudeva di cambiare il mondo.
Questo mio percorso, questa indagine, questa ricerca, questa analisi stanno dentro Chiaroscuro attraverso la sorprendente parabola – umana e professionale – di Federico Principe, un brillante magistrato della procura antimafia di Reggio Calabria, un uomo animato da grandi passioni e ambizioni, costretto dai fatti della vita ad abbandonare regole e certezze per imboccare una pericolosa strada lastricata di curve, inquietudini, contraddizioni. Inflessibile uomo di legge, Principe è anche quello che si potrebbe definire un buon partito: giovane, piacente, ricco. Piace ai giornali e la politica lo lusinga, per questo gli avvocati lo disprezzano e i mafiosi lo odiano.
Credono in lui i cittadini di Reggio Calabria, capitale della ‘ndrangheta in crisi d’identità, che lo vorrebbero sindaco. L’idea solletica il suo ego da primo della classe, ma c’è anche un’altra ragione a spingerlo verso le elezioni: “risarcire” suo padre Santo, imprenditore di successo che trent’anni prima aveva rinunciato alla carica di sindaco a un passo dalla nomina. Un dietrofront improvviso e ancora misterioso.
Così proprio quando Federico Principe decide di candidarsi le cose drammaticamente si complicano: un proiettile sparato dalla sua pistola ferisce gravemente una ragazza, Valentina, con cui ha appena fatto all’amore. La situazione precipita.
A tirarlo fuori dai guai è un ex amico d’infanzia, lo spregiudicato avvocato Sebastiano Russo, la faccia pulita della ‘ndrangheta. Federico si salva, forse, di fronte alla giustizia, ma contrae un debito inconfessabile con i clan. La sua vita è stravolta: l’unica via d’uscita è la fuga. Rinuncia a candidarsi, lascia la procura antimafia di Reggio Calabria e si trasferisce a Roma dove spera di poter lavorare lontano dai riflettori, dalle responsabilità, dalla trincea.
Il comprensibile tentativo di ricominciare tuttavia si scontra presto con la realtà: cambiare aria non significa davvero liberarsi dal passato, scacciare la presenza della ‘ndrangheta, sfuggire alle proprie colpe.
L’incontro casuale – e coinvolgente – con due donne e le indagini su un omicidio misterioso alla periferia di Roma lo costringono a uscire dalla bolla asettica in cui aveva trovato rassicurante rifugio e lo buttano nella mischia.
Cambia completamente lo scenario di questa storia e Chiaroscuro assume i contorni di una serrata e complessa indagine sulla ‘ndrangheta di oggi – la nuova cupola segreta composta da mafiosi, massoni e vertici delle istituzioni – e la scoperta di un mosaico impressionante che dal profondo Sud dell’Italia conduce nel cuore della Capitale e poi attraversa l’Oceano. Fino a New York, e in America Latina. Non solo.
Più Federico Principe affonda le mani nel ventre molle di Roma, più un filo sembra riportarlo in Calabria, più avverte il rischio di sprofondare. La Capitale diventa così la cornice dorata di un quadro criminale cupo e inquietante fatto di fiumi di droga che cambiano l’anima e persino l’estetica dei quartieri, di ragazzini che spacciano e uccidono con la stessa facilità con cui scommettono sul campionato di calcio, di politici e imprenditori, massoni e professionisti dalla doppia vita che fanno affari con le cosche, di un sistema cinico e sotterraneo che si spartisce i grandi appalti (la vicenda del nuovo stadio anticipa i fatti di cronaca), di ricevimenti sfarzosi sul Lungotevere e morti ammazzati nelle strade di periferia, di corrotti e corruttori, pupari e marionette. Della ‘ndrangheta che nessuno vuole vedere. Il racconto che emerge è allora simbolo e metafora di un intero Paese incapace di guardarsi dentro, di una comunità che preferisce la menzogna alla verità. Di un potere osceno e violento e del suo degrado etico.
Federico Principe inizia una disperante corsa contro il tempo. Deve portare a termine l’inchiesta più ambiziosa e rischiosa della sua carriera inseguito dalla ‘ndrangheta e da rappresentanti istituzionali che vogliono fermarlo. Ma c’è di più: se vuole davvero liberarsi dei suoi fantasmi, deve regolare i tanti, troppi conti personali. Lo deve a se stesso, e a chi gli vuole bene. È il suo percorso pieno di curve, dolore e traversate nel deserto che lo conduce alla scoperta che – tragicamente – non esiste alternativa alla verità. L’unica possibilità per chiudere davvero con il passato. E, chissà, dare vita a una storia davvero nuova.

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