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Quando boss e notabili tengono sotto tiro i cronisti

 

di Lucio Luca

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Lucio Luca, giornalista di Repubblica e autore del libro “L’altro giorno ho fatto quarant’anni” (Laurana editore)

Stipendi da fame, padroni redazione, sindacati che si guardano bene dal disturbare i manovratori. E minacce. Una quantità di minacce senza precedenti. Ben 34 giornalisti sotto assedio ogni mille iscritti all’ordine contro i 6 del Piemonte e gli 8 della Lombardia e i 12 del Lazio. La leggevo l’altro giorno questa statistica, dopo che anche a me è arrivata in redazione una busta con un “consiglio”: “Finiscila a Cassano se no ti facciamo saltare la testa…”. Lì per lì l’ho presa a ridere, poi le facce preoccupate dei miei colleghi mi hanno fatto capire che pure io ero entrato in lista. Che la mia vita sarebbe cambiata, e pure quella della mia famiglia. Perché, diciamolo francamente, vivere sotto scorta è una rottura di palle infinita. Semplicemente, non sei più libero. E per chi ha fatto della libertà l’unica sua fede è un dramma. Senza chiacchiere.
Cassano è un piccolo centro dalle mie parti. Me ne sono occupato soltanto una volta per la storia del presidente della Provincia, uno di centrosinistra, teoricamente amico nostro, che aveva nominato come suo consulente un ex consigliere di centrodestra, teoricamente non un amico suo (e nostro), con precedenti per voto di scambio politico mafioso. Non proprio una vicenda edificante, direi. Ne ho scritto quando per quell’ex consigliere è arrivato il rinvio a giudizio e per il presidente della Provincia la questione stava diventando parecchio imbarazzante. E niente, evidentemente a qualcuno deve aver dato fastidio un giornalista che dà le notizie. E che, magari, chiede conto e ragione a un politico delle sue scelte. No, in Calabria questo non si può fare. Non si deve fare. Altrimenti ti arriva la lettera anonima, ti bruciano la macchina, ti mettono la testa di capretto davanti casa e devi sperare che non vada ancora peggio.
In quel rapporto dicono che qui ci sono 89 giornalisti minacciati a vario titolo, il 2,8% del dato nazionale, su un totale di ben 1.276 persone. Peggio di noi solo la Basilicata, ma ci piazziamo nettamente davanti a Sicilia e Campania. Che vi devo dire, sono soddisfazioni…
Ma siccome noi di Cosenza non ci accontentiamo, scopro pure che siamo in testa alla classifica regionale assieme a Reggio: 7 episodi su 10 arrivano proprio da queste due province, il 37,1% da Cosenza con 33 cronisti minacciati e il 35,5% da Reggio con 32 colleghi nel mirino. Numeri che si aggiornano continuamente, probabilmente fra qualche mese o fra qualche anno saranno molti di più. Perché qui i criminali, i politici, gli imprenditori collusi, i massoni, quelli che comandano nelle città e che certo non si fanno intimorire da consigli comunali sciolti per mafia e inchieste giudiziarie, non tollerano le voci di dissenso. I giornali devono stare allineati e coperti. E di solito si adeguano. Magari ogni tanto ne nasce qualcuno come “Calabria Ora” che scardina certi equilibri non scritti. Poco male, saltano i direttori e cambia la linea. O chiude direttamente il giornale, che per i potenti è pure meglio.
Di colleghi minacciati e sotto scorta ne conosco tantissimi: Michele, che a Cinquefrondi racconta le infiltrazioni dei clan negli appalti del Comune e vive 24 ore al giorno con i carabinieri sotto casa; Angela che in quel paese ha fatto un’inchiesta sui rifiuti e una notte si è svegliata con il boato di una bomba che gli aveva disintegrato l’auto; Antonio, l’ex professore di liceo che per il suo giornale si è occupato dei desaparecidos tra il Vibonese e il Lamertino, 43 casi di lupara bianca in 26 anni, quasi sempre giovani e in carriera nelle ‘ndrine; Peppe, il corrispondente del grande giornale di Roma, che per i suoi reportage ha ricevuto una busta con tre pallottole e una scritta: “Andare oltre significa la morte”. E ancora, Antonino, il blogger di Reggio Calabria, Agostino, il fotografo che è stato persino sequestrato per qualche ora solo perché era andato a documentare l’omaggio dei paesani a un boss ucciso con i manifesti affissi sui muri di Papanice, vicino a Crotone. Un elenco interminabile del quale adesso faccio parte anche io. La verità è che in Calabria siamo tutti sorvegliati speciali. Tutti i giornalisti che vogliono fare il loro lavoro da uomini liberi lo sono. Le nostre cronache sono sotto osservazione ogni giorno. E ogni giorno qualcuno si lamenta perché non è contento di ciò che scriviamo. Qualche volta devi persino augurarti che si è dispiaciuto un boss, perché se invece a incazzarsi è il politico di turno ti può andare pure peggio: il mafioso ti manda le pallottole, ti brucia l’auto, non ti fa dormire la notte. Il politico ti fa togliere il lavoro. Ed è peggio. Vi assicuro che è molto peggio.
(5 continua)

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