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La baraccopoli della morte. Suruwa e gli altri

 

Si chiamava Suruwa Jaithe, un nome che a molti non dirà nulla perché è uno di quei nomi che si dimentica. Anzi nessuno lo ha mai chiamato per nome, nella memoria è solo il diciottenne bruciato nella baraccopoli di San Ferdinando. Aveva 18 anni, aveva dei sogni, il ragazzo, ma prima di tutto voleva studiare. Per questo era venuto in Italia, per questo si trovava nella Piana. Aveva bisogno di lavorare, sì proprio uno di quei che ti fanno spaccare la schiena nel raccogliere arance per ore e ore. Per soli 20 euro al giorno, soldi che a Suruwa sarebbero serviti per andare avanti nella vita. Ma  tutto si è infranto tragicamente nella notte tra sabato e domenica. Il fuoco ha distrutto la sua baracca ed anche la sua vita. Il ragazzo si era trasferito dal centro Sprar di Gioiosa Jonica, dove era ospite, alla baraccopoli di San Ferdinando. Uno spostamento anomalo, visto che avrebbe dovuto iniziare proprio a dicembre un tirocinio di 4 mesi. I suoi amici raccontano quanto fosse terrorizzato dal decreto sicurezza, emanato recentemente dal governo, e dai suoi effetti, cioè l’allontanamento dalla struttura. Per questo, forse si era trasferito a San Ferdinando, in una baracca costruita con lamiere raccattate nelle fabbriche fantasma della zona, fabbriche tirate su con fondi europei e mai inaugurate. Perché quei fondi sono finiti nelle tasche di faccendieri e ndranghetisti. Baracche che sono diventate una rappresentazione plastica dell’abbandono delle periferie esistenziali, dove l’umano non è contemplato, dove non si è nemmeno un numero perché non esisti, non hai un nome, sei soltanto un ragazzo morto nel rogo della sua baracca, perché ha lasciato accesa una brace per ripararsi da una fredda notte autunnale. Invece Suruwa Jaithe esiste, come esiste Soumaila Sako, ucciso a fucilate, come esiste Becky Moses, uccisa in un altro rogo lo scorso gennaio. Sono loro che simboleggiano gli uomini e le donne che scappano da persecuzioni e fame, che cercano giustizia, ma trovano nuova persecuzione e nuova fame. Il Ministro dell’Interno aveva promesso che avrebbe smantellato in poche settimane la baraccopoli. Invece è ancora lì, perché è funzionale al racconto che una certa politica fa dell’immigrazione. La dignità delle persone conta poco, in fondo Suruwa ha avuto la sfortuna di nascere nella parte sbagliata del mondo.

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