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Un tiepido “Pensaci, Giacomino” riscaldato da Leo Gullotta, al Verga di Catania

 

Volti enormi e colorati ci osservano con muto e strisciante sarcasmo dal palco del Verga prima che si apra il sipario su un tiepido “Pensaci, Giacomino” di Luigi Pirandello per la regia di Fabio Grossi, in cartellone per lo Stabile di Catania che lo ha co-prodotto con la Compagnia Enfi Teatro. Quei volti evocano non sono solo le “maschere” del drammaturgo agrigentino ma lo specchio in cui tutti possono riconoscersi.

E sono quelle stesse maschere a muoversi da un punto all’altro del palcoscenico, alternando col ritmo di una accattivante scenografia espressionista (di Angela Gallara Goracci) lo snodarsi di un comodo atto unico in cui la regia di Fabio Grossi riassume e addomestica i tre ponderosi atti del copione originale (e sui quali lo stesso Gramsci aveva “tolto i guanti – per dirla con lo stesso Pirandello – alla sua lingua” con una feroce critica). Spostando la vicenda negli anni ‘50 – all’inizio cioè di una trasformazione sociale che riguardava soprattutto la donna e la famiglia – la regia di Grossi avrebbe voluto evidenziare ancora di più la forza della sfida del settantenne professor Toti: se il direttore del Ginnasio (Liborio Natali) lo incalza per il meritato ritiro lui vuole invece, prima, prendere per moglie Lillina, la figlia del bidello, destinarle la sua pensione e consumare così la sua piccola vendetta contro lo Stato. Insomma, “un’opera di carità” dentro una finzione che smascheri la finzione più grande e vera: il lavoro, la fatica non riconosciuta, il quid di caos che determina le nostre vite. Lillina (Federica Bern) aspetta però un figlio dal suo ragazzo Giacomino (Marco Guglielmi): il matrimonio convenzionale – “in faccia alla legge” – con il professore sarà la soluzione ad ogni problema. La sfida del professore nei confronti di quella società si materializza allorquando il paese – “una cittaduzza di provincia” – innesca il pettegolezzo sulla costante presenza di Giacomino a casa del professore.

L’arma di Toti è una spiazzante ironia: e sia ben chiaro che un attore con la versatilità di Leo Gullotta mastica e digerisce quel personaggio con estrema facilità, donandogli pure una punta di irridente sarcasmo (sottolineato da ripetuti applausi a scena aperta) e annullando con una presenza sempre misuratissima l’illusorio raziocinio della morale di facciata. A fare eco alla sua, la “voce critica della regia”, incarnata nel commento sonoro di Germano Mazzocchetti cui presta il canto Claudia Portale. La caratterizzazione degli altri personaggi, la cui incursione verso un certo teatro comico a volte spiazza, lascia scivolare, però senza un vero baricentro, questa “tragedia civile”: e pensiamo soprattutto a Valerio Santi e Rita Abela nei panni della scoppiettane coppia Cinquemani e consorte; alla burbera sorella di Giacomino, Rosaria (Valentina Gristina); ai ridicoli atteggi delle serve Rosa e Filomena (Gaia Lo Vecchio). A ricondurre la vicenda sul versante beffardo è certamente la figura padre Landolina, nei cui panni Sergio Mascherpa traduce tutta la subdola e farisaica morale della Chiesa che vorrebbe sottrarre Giacomino alla condotta “scandalosa”, allontanandolo da Lillina.  Fino all’apparente paradosso in cui è lo stesso Toti a convincere “l’amante” Giacomino a tornare a casa dalla moglie. Il finale pirandelliano conserva tutta la carica eversiva cancellando con la celebre battuta finale i pregiudizi borghesi. Ma il ripristino apparente delle regole ha ovviamente valore antifrastico in Pirandello: l’umanità di Toti non è ancora di questo mondo.

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