Asia Bibi libera. Diritto e conoscenza questa volta hanno vinto. Per la giustizia, contro la “logica”

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La notizia: Asia Bibi, la donna pakistana di religione cristiana condannata a morte per blasfemia, e successivamente assolta dalla Corte suprema, è stata scarcerata. Libera, finalmente, dopo un interminabile e doloroso calvario. Lo fa sapere uno dei legali che segue la vicenda. Due funzionari del governo pakistano, in forma anonima, hanno comunicato che Asia Bibi, è stata trasferita da Islamabad (dove continuava a restare detenuta, nonostante la decisione della Corte Suprema), e ora si trova in una località segreta per tutelarne la sicurezza.

Una buona notizia, finalmente. Al tempo stesso si impongono delle riflessioni, alcune amare. Asia Bibi è stata assolta per un non reato, la blasfemia, che in Pakistan comporta perfino la pena di morte. Offendere il credo religioso di chiunque è certamente qualcosa di pessimo gusto: ognuno, nel suo privato, ha pieno diritto di credere o non credere in quello che vuole. Ma quand’anche si cadesse nel cattivo gusto dell’offesa a un credo religioso, quale che possa essere l’offesa, non è tollerabile che sia punita con la pena di morte. E’ quello che invece accade in Pakistan (e non solo in Pakistan). Asia Bibi l’ha scampata, altri non sono stati così fortunati. Il settimanale “Economist” ha “censito” 62 casi di condanne a morte eseguite per questo “reato”-non reato.

Altro elemento si amara riflessione: l’avvocato che ha difeso il diritto di Asia Bibi ha dovuto abbandonare il paese: rischiava anche lui di essere vittima della furia di fanatici islamici. Anche l’identità dei giudici della Corte Suprema deve restare segreta. Non è un’esagerazione, non sono timori infondati. Il govrrnatore del Punjab (e futuro possibile primo ministro pakistano) Salmaan Taseer, musulmano, compie il simbolico gesto di visitare Bibi in carcere. Il 4 gennaio 2011 viene ucciso da una delle sue guardie del corpo: la “punizione” per questo suo impegno.

Proprio per schivare la rabbia dei fanatici islamici, Asia – che pure era stata assolta – non è stata immediatamente scarcerata; e ora, pur libera, è costretta a vivere in “località segreta”; gli stessi funzionari che hanno comunicato la notizia della liberazione, lo devono fare in forma anonima…

Tutto questo è semplicemente terrificante.

Ora qualche altra riflessione, meno amara. La felice conclusione della vicenda si deve a un combinato disposto: una paziente, certosina azione “diplomatica” esercitata dal Vaticano, dal mondo cristiano e cattolico. Un’indicazione per tutte le cancellerie e le “diplomazie” dei paesi che si dicono e vogliono essere “civili”. E la dimostrazione che quando si vuole, si può; e se si può, si deve. Dall’altra al fatto che del caso di Asia si è avuta conoscenza: giornali e televisioni ne hanno scritto e parlato; la pubblica opinione è venuta ha “saputo”. Tutti i dittatori, tutti i despoti, tutti i tiranni, tutti i fanatici hanno una cosa in comune: non vogliono che si sappia dei crimini di cui si rendono responsabili. Hanno paura della “conoscenza”. Questa è la prima lezione. La seconda: anche in un paese che riesce a concepire il reato di blasfemia punibile con la morte, esistono dei giudici: il diritto, in cui confida il famoso mugnaio, che confida ci sia, a Berlino, un magistrato che riconosca l’abuso dell’imperatore.

Anche a Islamabad ci sono dei giudici; giudici che hanno agito in base al diritto. Giudici che forse hanno pensato (e agito) come i giudici del tribunale di Norimberga chiamato a decidere la sorte dei gerarchi nazisti sopravvissuti. C’era già la “guerra fredda”, e molte ragioni di opportunità “consigliavano” di non umiliare la Germania, non calcare troppo la mano: in fondo anche i nazisti potevano servire. Quei giudici, a Norimberga, ascoltarono quei “buoni”, “saggi” consigli di opportunità, di convenienza; convennero che sì: “tutto era logico. Ma non era giusto”. E ci furono quelle sentenze.

Anche i giudici della Corte Suprema probabilmente avranno ascoltato molti “buoni” e “saggi” consigli di tanti che avranno sussurrato che forse era meglio sacrificare la vita di Asia Bibi, per ragioni di “opportunità”, di convenienza. E forse anche quei giudici alla fine avranno pensato: “Sì, è tutto logico. Ma non è giusto”. E hanno agito di conseguenza.

Una decisione coraggiosa favorita, ripeto, dalla “conoscenza”. Qui, si deve  un doveroso riconoscimento a un leader che ci ha lasciato: quel Marco Pannella che negli ultimi anni della sua vita ha dedicato ogni suo sforzo a una battaglia ancora tutta da combattere e vincere: quella che lui ha definito: “L’universale diritto civile e umano alla conoscenza”. Fateci caso: “Diritto” e “Conoscenza”… I due elementi che hanno portato alla liberazione di Asia Bibi. E’ una bandiera che attende d’essere raccolta.

E’ con il Diritto e con la Conoscenza che si può ragionevolmente sperare di contrastare e vincere il fanatismo di ogni tinta e latitudine.

Nel mondo ci sono tanti casi, tantissime vicende simili a quelle di Asia Bibi.   Amnesty International, animatrice di molte lodevoli iniziative, recentemente ha segnalato il caso di quattro persone condannate solo perché cristiane e praticanti. Questa è la colpa di Victor Bet-Tamraz, Amin Afshar-Naderi, Shamiram Issavi e Hadi Asgari; sono stati arrestati dopo che le forze di sicurezza in borghese iraniane hanno fatto irruzione nelle loro abitazioni a Teheran, durante un privato raduno natalizio.

Proprio ieri “Avvenire” riferiva del caso di Tuti Tursilawati, uccisa senza pietà in una cella della città di Taif, in Arabia. Dopo sette anni di carcere, Tuti, di nazionalità indonesiana è stata “giustiziata” senza che famiglia, legali e autorità indonesiane fossero avvertite. La donna era accusata di aver ucciso il suo padrone di casa. Ha sempre sostenuto di essere stata costretta a farlo per reazione a un tentativo di stupro. Non ha avuto nessuna possibilità di difesa, i suoi legali hanno dovuto subire boicottaggi e soprusi di ogni tipo. Tuti è stata uccisa in silenzio. Nessuno ha saputo, nessuno si è mobilitato. Nessun giudice si è neppure sognato di pensare: “Sì, è tutto logico. Ma non è giusto”.

Ecco, noi abbiamo un preciso dovere: quello di far conoscere casi come quelli di Asia Bibi, di Tuti Tursilawati; solo così, dei giudici potranno trovare il coraggio di dire: “E’ tutto molto logico. Ma non è giusto”.


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