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L’assassinio di Khashoggi si è consumato fuori dai confini dell’Arabia Saudita a pochi giorni dalla ‘Davos del deserto’

 

Per capire cosa significhi il tragico caso Khashoggi bisogna ricordarsi di quanto sostenne negli anni Sessanta l’intellettuale più importante nel plasmare gli orientamenti culturali prevalenti oggi in tantissimi paesi a cominciare dagli Stati Uniti d’America, Samuel P. Huntington. A suo avviso le società in via di modernizzazione avrebbero prioritario bisogno di ordine, non di libertà. E’ quello che hanno pensato i tanti estimatori del giovane erede al trono saudita, quel Muhammad bin Salman che anche qui chiameremo Mbs per comodità. L’idea di una rivoluzione dall’alto, capace di avere successo a differenza della Primavera che voleva trasformare le società arabe dal basso, si basava di fatto sul pensiero di Huntington: impossibile riuscire dando più libertà, possibile però dando più ordine. La scellerata, inaudita vicenda dell’assassinio di un giornalista influente, ma pur sempre un giornalista, di un importante dissidente che scriveva sulla Washington Post, ma pur sempre un dissidente, al di là delle sue idee e dei suoi rapporti, si è consumata fuori dai confini dell’Arabia Saudita, in una sede diplomatica saudita, non solo con modalità agghiaccianti, ma a pochi giorni dal più grande evento mondiale della storia saudita, la cosiddetta Davos del deserto. Erano attesi tutti, erano previsti sponsor di portata che nessun altro può sognarsi. Possibile compromettere un evento del genere per uccidere all’estero, in una propria sede diplomatica, con modalità inaudite, un giornalista dissidente? Increduli si deve rispondere di sì.

E perché mai si deve ritenere che uno possa correre un rischio del genere? Perché è sicuro che il mondo, occidentale in primis, continuerà a ritenere che le società in via di modernizzazione avrebbero bisogno di ordine, non di libertà. Solo questa certezza, unita a un portafogli senza pari, può indurre a ritenere che non ci siano rischi. Non a caso un fidato alleato dell’Arabia Saudita, l’egiziano al Sisi, proprio nelle ore in cui si stava per annunciare tutta la verità sul caso Khashoggi, faceva arrestare uno stimato economista, Abdel Khalik Farouq, per aver scritto un libro con esplicite critiche al suo operato. Anche l’editore è finito in prigione, e il libro è stata posto sotto sequestro. Sono metodi che il principali accusatore dei sauditi sul caso Khashoggi, il presidente turco Erdogan, conosce molto bene, visto che nel suo paese ormai esiste solo stampa di regime. Tra i grandi del mondo, poi, il primo a lasciare intendere che il caso Khashoggi sembra potersi ritenere chiuso con le dichiarazioni della corona saudita è stato quel Vladimir Putin che in Medio Oriente appare proprio il nuovo dominus. A pensarci bene per tutti loro, dall’egiziano al Sisi al turco Erdogan e al russo Putin, si applica benissimo la regola di Huntingotn: la modernizzazione ha bisogno di ordine, non di libertà. Il consenso per tutti loro, che lo si nutra non conta, è certamente molto diffuso, deriva da questa certezza condivisa da tanti e fondata su un rimando colonialista: quei popoli non sono pronti per la democrazia, vanno condotti per mano, con estremo rigore. Il rigore previsto può vuol dire anche un’oscenità come quella perpetrata a Istanbul? Forse. La conclusione che i rischi per Mbs non siano elevatissimi sarebbe tragica, soprattutto per gli arabi, ma plausibile. Il suo futuro non sembra proprio tutto nelle sue mani, ma per assurdo potrebbe dipendere da suo padre e da qualche autorevole principe a lui vicino: avranno la consapevolezza di cosa significhi l’accaduto? Può essere. Se l’avranno, col tempo il destino di Mbs potrebbe cambiare. E’ questo il possibile sviluppo che Mbs deve veramente temere?

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