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Piazza Vittorio di Abel Ferrara, un melting pot capitolino

 

Ad un anno dalla presentazione Fuori Concorso alla 74esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia 2017 il documentario di Abel Ferrara, “Piazza Vittorio”, dedicato all’omonima piazza capitolina, arriva finalmente nelle sale italiane giovedì 20 settembre, distribuito da Mariposa Cinematografica. L’opera, della durata di poco più di un’ora, offre spunti interessanti su una piazza che racchiude un crogiuolo di culture e tradizioni. Un microcosmo capace di riflettere una situazione di stringente attualità, l’immigrazione, che interessa non soltanto la capitale ma l’intero Paese.

La Piazza si presentata con le sue più diverse anime: gli abitanti storici, chi è arrivato dal Meridione negli anni Sessanta, i migranti che stazionano nei giardinetti, occupati, disoccupati, cantastorie, ma anche artisti del calibro di Matteo Garrone e Willem Dafoe che hanno deciso di vivere in questa futurubile (ma neanche troppo) realtà dalla quale trarre ispirazione.

Toccante la storia del macellaio, di origine egiziana, arrivato all’inizio degli anni ’80, quella della ristoratrice cinese che ha trascorso più tempo in Italia che nel proprio Paese tanto da aver cambiato il suo nome in Sonia, quella del senegalese arrivato da quindici anni che lavora nel bar della signora Nunzia. Ma v’è anche la testimonianza dell’anziana vecchia col bastone che all’indirizzo dei migranti, senza né arte né parte, impreca: “…brutti schifosi, sono venuti a rovinare l’Italia, mandateli via, chiudete le frontiere…”.

E come si pone Ferrara rispetto a tutto questo? Sembra non prendere posizione, limitandosi ad una semplice descrizione di ciò che incontra, inframmezzata da immagini di repertorio che sembrano voler suggerire che il degrado della storica piazza ha origini ben più lontane e non connesse al fenomeno migratorio. Dice Ferrara, in modo quasi naif, rivolgendosi ad un senegalese:  “Hey anch’io sono un immigrato irregolare, amico, anch’io vengo da un’altra cazzo di nazione. Stai chiedendo all’uomo sbagliato…(al senegalese che gli chiede un aiuto per trovare uno straccio di lavoro) Io non sono il primo ministro. Ti sembro il Papa? (Anch’io – ndr) sono… un desperado che sta tentando di guadagnarsi da vivere qui”. Ferrara, tuttavia, non convince del tutto, nonostante gli interventi di Matteo Garrone e Willem Dafoe, divisi tra speranze d’integrazione e pragmatismo disilluso.

Ciò che emerge, a volte, è il ritratto di un corpo estraneo alla realtà capitolina. Che dire poi dell’intervista ad alcuni attivisti di Casa Pound – quasi uno spot elettorale –  che si descrivono come l’unico presidio culturale presente nell’area.  A quest’ultimo riguardo, Ferrara sembra voler lanciare un invito alla sinistra, senza tuttavia alcuna allusione esplicita, ad occuparsi degli “ultimi”, a ricostruire un “filo” con quelle aree di maggiore difficoltà.

Tuttavia, trapela indiscusso l’amore del regista newyorchese per questa realtà multietnica, in cui ha deciso di trasferirsi, all’ombra dei porticati ottocenteschi, anche se è lontano quello sguardo dissacrante che aveva caratterizzato l’autore de “Il Cattivo Tenente” (1992).

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