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Oltre 2 milioni di risarcimento per la famiglia del piccolo Di Matteo

 

Il Tribunale di Palermo ha stabilito un risarcimento di 2.2 milioni di euro per la famiglia del piccolo Giuseppe Di Matteo. Sono già stati versati 400 mila euro come provvisionale. La cifra stanziata è il frutto dell’addebito che lo Stato ha messo in atto con il sequestro dei beni, ad alcuni condannati per questa vicenda.  Il piccolo Giuseppe Di Matteo venne rapito il 23 novembre 1993, quando cosa nostra teneva in scacco lo Stato con una sanguinosa guerra di mafia che ha decimato un numero considerevole di vittime. Un gruppo criminale lo rapisce su ordine di Giovanni Brusca, boss di San Giuseppe Jato, con l’obiettivo di mettere a tacere il padre Santino Di Matteo, divenuto poi collaboratore di giustizia, a non raccontare ai magistrati gli affari di cosa nostra.

Una prigionia durata 799 giorni; un’attesa lunga e straziante per la famiglia che fino all’ultimo ha sperato di poter riabbracciare il piccolo Giuseppe. Il 1 dicembre del 1993 i rapitori inviarono alcune foto e un messaggio che recitava “Tappaci la bocca”, chiaramente rivolto a Santino che stava facendo importanti rivelazioni sulla morte di Ignazio Salvo e la Strage di Capaci. La sentenza di morte per Giuseppe Di Matteo arriva l’11 gennaio 1996, quando Giovanni Brusca apprende di essere stato condannato all’ergastolo per il delitto di Ignazio Salvo: il piccolo viene prima strangolato e poi sciolto nell’acido. Un dolore lancinante che ha colpito la famiglia del piccolo Giuseppe Di Matteo, gettandola nello sconforto per una perdita impossibile da accettare.

L’Italia degli anni 90 piangeva a testa bassa le vittime delle stragi di Via D’Amelio e di Capaci, dei morti ammazzati in strada e urlava a gran voce “hanno ucciso i nostri fratelli”,  con enorme difficoltà  ha asciugato le lacrime per un bambino innocente strappato alla vita ingiustamente, che amava giocare con gli amici e andare a cavallo. A Bologna, invece, si indagava senza sosta sulla Uno Bianca la morte di Giuseppe Di Matteo  ha riportato alla mente l’attentato avvenuto al campo nomadi il 23 dicembre 1990, alle ore 8.15, in Via Gobetti alla periferia di Bologna. Due uomini a volto scoperto scesero da una Uno Bianca e spararono diversi colpi d’arma da fuoco. In quel terribile agguato persero la vita Rodolfo Bellinati e Patrizia Della Santina. Sara Bellinati, di appena sei anni, rimase gravemente ferita, insieme alla 34enne alla cittadina slava Lerje Lluckaci. “Tre cose ci sono rimaste del paradiso: le stelle, i fiori e i bambini” diceva Dante Alighieri.

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