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L’ombra del governo sulle nomine Rai

 

Scontri e livori. Le nomine Rai sono una mina vagante. Un tempo la Rai univa più che dividere, adesso soprattutto lacera l’Italia. Lacera in primo luogo il governo grilloleghista, alle prese con il rinnovo del direttore generale (Mario Orfeo), del presidente (Monica Maggioni) e del consiglio di amministrazione (ci sono oltre 200 candidati per i 7 posti) dell’azienda radio-televisiva pubblica.

Il mandato del consiglio di amministrazione è scaduto lo scorso 30 giugno, la corsa è a realizzare le nomine prima di Ferragosto, possibilmente entro la fine di luglio. Non sarà facile. Beppe Grillo, fondatore e garante del M5S, tra il serio e il faceto invoca la privatizzazione di due reti. Luigi Di Maio risponde picche perché non c’è nel “contratto di governo” siglato tra leghisti e cinquestelle, però ha scandito: la Rai non va più lottizzata «e quindi la smetteremo con persone di partito». Anzi, il capo politico del M5S, vice presidente del Consiglio, ministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro è andato anche più in là ipotizzando «il censimento di tutti i raccomandati» esistenti nella pubblica amministrazione e nella Rai per «ristabilire il principio della meritocrazia».

Alt alla lottizzazione nelle nomine Rai, invece vanno premiati capacità e meriti professionali. Così la pensa anche Roberto Fico, presidente della Camera, anima della sinistra grillina: la politica «resti fuori» della Rai per dare finalmente «un segnale forte di cambiamento».

Già, però le nomine Rai sono competenza del governo e del Parlamento, il taglio politico delle decisioni è fortissimo. Tra M5S e Lega praticamente non c’è accordo su niente: su chi puntare come direttore generale e presidente, su chi eleggere nel consiglio di amministrazione della Rai. Sembra che non ci sia nemmeno alcuna intesa su chi mandare a dirigere Tg1, Tg2 e Tg3, le tre principali testate giornalistiche del colosso informativo pubblico.

La lottizzazione non è demonizzata da Matteo Salvini, però sulle nomine Rai chiede capacità. Il segretario della Lega, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno ha messo le mani avanti dicendo chiaro e tondo: «I partiti non resteranno fuori» ma «verranno ricercati merito e competenza». Si è lamentato. Vuole farla finita con «un’opera di disinformazione a reti quasi unificate che non ha precedenti in Italia». Ad essere danneggiata, è sottinteso, è la sua Lega che pure fa la parte del leone nei notiziari e nei programmi.

In sintesi: la Rai dovrà aspettare ancora per avere un nuovo vertice. Divampa, per ora sottotraccia, lo scontro sulla spartizione di testate, reti televisive e radiofoniche dopo le elezioni politiche del 4 marzo vinte da Salvini e Di Maio, le due colonne del “governo del cambiamento” guidato da Giuseppe Conte. Si fanno tanti nomi per il vertice e le testate: Enrico Mentana, Milena Gabanelli, Fabrizio Del Noce, Massimo Franco, Gennaro Sangiuliano, Grazia Graziadei, Alberto Matano, Carlo Freccero, Ferruccio De Bortoli, Fabrizio Salini, Luciano Ghelfi. Tutti giornalisti considerati di area leghista o cinquestelle.

Ma nella pentola bollono grandi novità: sembra destinata alla cancellazione l’antica lottizzazione maggioranza-opposizione inventata dalla Prima Repubblica come garanzia di rappresentanza democratica (allora il Tg1 era Dc, il Tg2 laico-socialista, il Tg3 comunista) e finora rispettata anche nella Seconda (il Tg1 al vincitore delle elezioni politiche, il Tg2 al centro-destra, il Tg3 al centro-sinistra).

L’ombra del “governo del cambiamento” si allunga sulla Rai. Lega e M5S sembrano intenzionati a spartirsi tutto tra loro: vertice, testate giornalistiche e direzioni delle reti. Hanno dalla loro la maggioranza alla Camera e al Senato (ai quali compete gran parte delle nomine dei consiglieri di amministrazione) e il ministero del Tesoro (come proprietario della Rai gli spetta la nomina del potente direttore generale). La maggioranza grilloleghista al massimo, secondo le indiscrezioni, potrebbe concedere un posto nel consiglio di amministrazione a Forza Italia, opposizione di centro-destra, ma l’orientamento sarebbe addirittura di lasciare fuori il Pd, opposizione di centro-sinistra. I democratici (dopo il tracollo alle politiche e alle comunali) perderebbero perfino il Tg3, lo storico telegiornale rosso.

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