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“Fiat crolla, Jeep vola. Fca cambia pelle

 

«Non ricordo che questa azienda storicamente sia mai stata così bene come oggi». Sui giornali non c’era ancora l’uscita di scena di Fiat Punto. Sergio Marchionne il primo giugno ha cantato il roseo presente e futuro di Fiat Chrysler Automobiles. Ha annunciato 45 miliardi di dollari di investimenti e 28 nuovi modelli per il piano industriale 2018-2022 del gruppo.

Gli utili sono alti, i debiti vanno giù, il titolo fa faville in Borsa a New York e a Milano. L’amministratore delegato della multinazionale a cavallo dell’Atlantico, divisa tra Torino e Detroit, sembra riuscito perfino a schivare i dazi di Donald Trump sulle auto. Ma a rompere l’incanto sono arrivate le cifre delle vendite in Italia. Dopo quattro anni di boom sono giunte cifre da tragedia. Nei primi sei mesi del 2018 le vendite sono calate dell’9% rispetto allo stesso periodo del 2017. I modelli Fiat, in particolare, sono crollati del 18% e addirittura del 30% a giugno, Fiat Punto in testa. Le vendite dell’Alfa, invece, sono aumentate dell’8% (grazie al suv Stelvio e alla Giulia costruite a Cassino) e i fuoristrada Jeep hanno registrato un incremento mozzafiato del 100,8% (merito di Compass e di Renegade).

Trionfo e dramma convivono. Fiat Chrysler Automobiles cambia pelle come aveva anticipato Marchionne all’inizio di quest’anno. Addio alle utilitarie e via a tutta forza verso le auto premium Jeep, Alfa Romeo e Maserati (con maggiori margini di guadagno), le elettriche e a guida autonoma. È una doppia riconversione: produttiva verso le vetture di alta gamma e tecnologica verso le energie pulite. Ma intanto cominciano i problemi seri occupazionali: a luglio viene staccata la spina alla Fiat Punto (25 anni di storia e 9,5 milioni di veicoli venduti), prodotta a Melfi, e all’Alfa Romeo Mito (vettura della vecchia era del Biscione), costruita a Torino Mirafiori.

Non è certo una novità. Sergio Marchionne, illustrando il piano industriale 2018-2022, aveva ufficializzato la scelta di lasciare la produzione delle vetture commerciali, un tempo il punto di forza del Lingotto. La Fiat, fortemente ridimensionata, diventerà un “marchio locale” (produrrà in Polonia praticamente solo la 500 e la Panda) limitato solo all’Europa e a poche altre zone geografiche e così pure la Chrysler rimarrà un brand ristretto solo agli Stati Uniti. L’amministratore delegato della multinazionale italoamericana ha deciso di concentrare gli sforzi «su Jeep, Ram, Maserati e Alfa Romeo che rappresentano la parte più significativa dei nostri ricavi e dei nostri utili». Ma il brand prediletto è la Jeep: è questo il “marchio globale” che tira negli Usa, in America Latina, in Europa e in Cina. La Jeep macina profitti enormi, totalizza quasi due milioni di vetture ogni anno, circa la metà delle vendite totali del colosso automobilistico proprietà della famiglia Agnelli.

Il piano suscita speranze e timori tra i lavoratori. Adesso la paura serpeggia negli stabilimenti italiani di Melfi e di Mirafiori: la fabbrica lucana perderà la Punto, quella piemontese la Mito e solo grazie agli ammortizzatori sociali gli esuberi non diventeranno licenziamenti.

Il manager italo-canadese, operato nei primi giorni di questo mese alla spalla destra in una clinica svizzera, il 25 luglio incontrerà gli analisti finanziari per fare il punto sul bilancio dei primi sei mesi del 2018. Probabilmente confermerà i progetti e darà nuovi particolari sui programmi Fca. Nei mesi scorsi si è parlato di nuovi suv Jeep, Alfa Romeo e Maserati da produrre in Italia, in modo da garantire la piena occupazione negli stabilimenti del Belpaese in gran parte impegnati a costruire utilitarie (a Pomigliano d’Arco c’è la Panda), macchine di massa che stanno perdendo terreno.

Melfi, mentre andrà fuori produzione la Fiat Punto, continuerà a costruire la Jeep Renegade e la 500 X che vanno molto bene (la prima ha incrementato le vendite del 26% e la seconda del 7%) ma senza l’arrivo di un altro suv americano o di una macchina ibrida (si spera nella 500 elettrica) saranno guai per i 7.400 lavoratori. I sindacati dell’impianto lucano hanno sollecitato la continuità produttiva e un nuovo impulso industriale «a partire dallo sviluppo dell’ibrido e della possibile allocazione di una nuova vettura da produrre a Melfi».

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