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L’emergenza è la percezione – il populismo prospera parlando di immigrazione dove non c’è

 

Il populismo prospera parlando di immigrazione dove l’immigrazione non c’è. Dati alla mano, la giornalista Micol Flammini analizza la situazione politica di molti Paesi europei. L’Italia ha un problema con i migranti, così come l’est europeo, ma non ha nessuna emergenza

Di seguito rilanciamo questo articolo, originariamente pubblicato su Il Foglio del 13 giugno 2018.

L’emergenza è la percezione –
Il populismo prospera parlando di immigrazione dove l’immigrazione non c’è

di Micol Flammini

Prima delle elezioni ungheresi, il capo della cancelleria di Viktor Orbán, János Lázár, andò a Vienna, in uno dei quartieri della capitale austriaca con un’alta presenza musulmana, e girò un video in cui comparivano strade sporche, donne velate, chioschetti di kebab, negozi con caftani, hijab e turbanti in esposizione, pochi bianchi – per lo più pensionati – seduti soli sulle panchine malmesse. Per quelle strade non c’era niente che facesse pensare all’Europa, e il politico attaccava: “Così diventerà Budapest nei prossimi tempi se i partiti di opposizione lasceranno entrare gli immigrati”. Il video poi fu al centro di una querelle su Facebook, portò anche allo scontro tra Fidesz, il partito di Orbán, e l’Fpö, il partito austriaco di ultradestra al governo con Sebastian Kurz che lo contestò per aver diffuso un’immagine poco dignitosa dell’Austria. Durante la campagna elettorale a Budapest, l’opposizione sui social aveva commentato che per le strade c’erano più cartelloni contro i migranti che migranti ed effettivamente, stando ai dati diffusi dalla World Bank e relativi al 2016, l’Ungheria ha accolto soltanto 4.691 rifugiati accettando solo l’1,6 per cento delle domande di asilo ricevute. Budapest non ha nessuna emergenza migranti, lo sanno bene i populisti, lo sanno bene gli ungheresi e soprattutto ne è a conoscenza Viktor Orbán, il quale è riuscito a conquistare il suo quarto mandato facendo leva sulla paura di un’invasione di immigranti musulmani portati dalle ong, “finanziate da George Soros per scristianizzare l’Europa”.

Questo discorso è diventato centrale nella maggior parte dei paesi dell’est europeo, conquistati dal fuoco sovranista e dalla rabbia nazionalista che hanno spinto Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e Polonia a creare una piccola e impenetrabile Europa dentro l’Europa che ha opposto, in questi ultimi anni, all’idealismo occidentale europeista il pragmatismo orientale euroscettico. L’idea cardine di questa nuova Europa ruota attorno alla paura dell’invasione. L’est europeo è la zona meno interessata dal fenomeno migratorio, eppure è stata proprio l’immigrazione l’argomento convincente che ha portato Orbán, Kaczynski, Babis e lo sloveno neoeletto Jansa alla vittoria. In Polonia, Repubblica ceca, Slovacchia e Slovenia i migranti non sono molti, in alcune città non ce ne sono affatto, ma è un istinto di conservazione ad aver portato gli elettori a compiere la scelta populista alle urne.

Nella Polonia governata dal Pis, Diritto e Giustizia, partito nato dalle costole del Solidarnosc, europeista agli albori e oggi carico di rivendicazioni contro l’Europa, il totale dei rifugiati accolti fino al 2016, sempre dati World Bank, era di 11.703 persone, con i richiedenti asilo la cifra arriva a 26.000. La Polonia fino al 2015 era tra i paesi più disposti ad accogliere, poi il cambio di governo ha… Continua su cartadiroma

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