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“Le Guerre Horrende”. Un virus senza vaccino

 

Regia di Giulia Brazzale, Luca Immesi. Con Cosimo Cinieri, Désirée Giorgetti, Dario Leone, Livio Pacella, Milton Welsh. Prod. Italia, 2018 .Distribuito da Moovioole

Precisazione iniziale, ma non secondaria, anzi indispensabile ad intendere meglio intenzioni, linguaggio, finalità che qualificano il film. La ‘ h’  che precede la ‘o’ dell’aggettivo da cui il titolo, non è apposta per vezzo esornativo, per abbellimento tipografico. L’aggettivo “horrendo” (come   solo una recensione di Francesca Ferri mi pare abbia evidenziato)  va ricondotto all’uso rinascimentale che ne faceva Niccolò Machiavelli, nei “precetti” al suo “Principe”, liddove il fascino (maledetto, oscuro, pragmatico) del Mestiere delle Armi (lo ‘narrò’ Ermanno Olmi, sobrio e grandioso) si “accoppia” a perniciose idee di magnificenza epica, imponente, persino mistica (o tale, comunque, da contrabbandare ai sudditi)

Lasciando che l’autentico “orrore della guerra” si auto-sospenda, per secoli, nel fascino della “consacrazione” di Imperi e di Chiesa, e che diventi tale – patrimonio empio e labilissimo- di coloro cui toccherà attraversare sopraffazioni, genocidi, odio razziale del ‘secolo breve’ (il ‘900), le cui ripugnanti propaggini (antiumanitarie) si estendono in xenofobie, barricate sovraniste, strumentali paure dello ‘straniero’ (anche nell’accezione evangelica). E nelle efferate sequenze di un comune presente che è crogiolo di mistificazione e “tramonto dell’occidente”come luogo di pensiero laico  e accettazione (non semplice tolleranza) dell’altro-da-se stessi: nella profetica, razionale, non nichilista  accezione che, già nel 1918 (a fine della Grande Guerra) attribuiva a quel ‘tramonto’ l’opera di Oswald Spengler.

Altra scelta di campo (in parte influenzata dai monologhi interiori di un classico quale “Hiroshima non amour” di Resnais) : raramente il film lascia agio alle o-scenità degli effetti bellici (su uomini e cose) concentrandosi invece sulla “guerra dei reduci” : consonante di certo cinema americano post-Vietnam, in questo caso, tuttavia, con andamenti ed allegorie ‘fuori da un  tempo’ circoscritto e identificabile, assecondato da vuoti di memoria e strazianti ricordi, preposti a sopravvivere “per testimoniare” la demenzialità  del dolore, e della sua cognizione.

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Secondo lungometraggio   di Luca Immesi e Giulia Brazzale (produzione indipendente, meritevole di più vasta fruizione), “Guerre Horrende” ha figurazioni ed estetica oscillanti fra la ballata medievale,  l’apolacypse now e la catastrofe post moderna, ben misturate in una sorta di favola nera (la “damnatio memoriae”) cui non sono estranei (spiazzanti) improvvisazioni, esuberanze,  ‘escrescenze’ del lessico dialogante, mutuate dal Teatro degli Zanni, del Ruzante, persino di Dario Fo (con incursioni poetico-surreali da Pessoa e Apollinaire).

Il tutto recitato in lingua veneta, a proseguimento dell’opera-prima dei due registi, Ritual , in cui la sintassi  cinematografica si lascia “volentieri contaminare da quella teatrale”, nei suoi improvvisi exploit di grottesco cabarettistico, declamazioni al vento, sguardi livido-ferrigni in omaggio a Eric von Stroheim (bel cammeo ‘guerrafondaio’ quello di Cosimo Cinieri)- e nella sottintesa convinzione che, prima dell’avversività degli Stati belligeranti (la Società delle Nazioni in delirio d’onnipotenza) “le guerre e la violenza sono   il frutto amaro del personale conflitto che giace irrisolto nel microcosmo” che abita in ciascuno di noi mortali (e anelanti un’insana morte).

Raro esperimento (almeno per in cinema italiano) di allegoria ‘disperata’, sillogismi del disinganno e realismo magico (con il solo antecedente del Pupi Avati ‘padano’), “Guerre Horrende” (tratto da una  pièce  di Pino Costalunga) è dunque il  punto di partenza per una  metafora d’ispirazione (anche) brechtiana in cui la “fabula onirica” (inframezzata dal bianco-e-nero di un mokumentary salvatosi dal day after) ha i mezzi e le qualità espressive per trasformutarsi in paradosso di crudeltà e indifferenze nulla affatto ipotetiche o frutto di incubi a occhi aperti.

Tutti “reclusi” (attori e spettatori) un imprecisato bosco “senza confini né vie d’uscita” dove si ritrovano  il Capitano, lo Scudiero, il Soldato, reduci e  detenuti di una memoria che non si concede né alla rimozione né all’oblio. Per una tragica, buffa implosione della sola coscienza capace di ridestarsi in umanità: quella dei ‘perdenti loro maldrado’. Cui Desirée Giorgetti, Livio Pacella, Dario Leone danno accenti e cadenze da ‘perplessi’ commedianti ‘sotto una tenda’ spazzata via da epidemici, ricorrenti  rigurgiti di fascismo dell’anima.

Virus ancora senza vaccino, nonostante le lenitive tavolozze musicali di Patrizia Laquidara, cosparse fra radure, carrozzoni e scalette inerpicate fra gli alberi riescano ad essere, episodicamente, benigno respiro, dopo lunghe (forzate) apnee.

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