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Che la Stampa parli di temi che scottano anche senza emergenza

 

L’Italia si fonda da sempre sulla logica dell’emergenza. Ogni argomento ha un suo tempo di fruizione, assume in modo asettico lo stesso valore e ruota sull’onda della notizia: pensioni, elezioni, populismi, fascismo, migrazioni, aborto, diritti, mafie, corruzione, ambiente, nucleare, guerra, terremoto, cronaca e di nuovo da capo con lo stesso ritmo. Il pubblico si abitua ben presto e fa sua l’idea che sia l’emergenza a dettare le regole, che se oggi non è il momento di parlare di mafie perché se n’è già parlato in passato è evidentemente giusto così perché il problema deve essere stato risolto.

– “Se è stato risolto perché c’è qualche scettico ostinato che ancora ne parla? Ma basta! La mafia non esiste, la mafia è morta con Totò Riina” -, ecco cosa possiamo aspettarci senza una continua e coerente informazione. Possiamo aspettarcelo e accade. Perché difatti oggi di mafia non si parla in politica e secondo la percezione comune non risponde neanche ai canoni dell’emergenza, grazie o a causa di cui il nostro Paese ha sempre agito, alla fine.

La Stampa, come quarto potere, dovrebbe a mio avviso tornare ad avere più coraggio. Non tollerare chiunque vada contro la Costituzione con titoli in prima pagina che spesso hanno mortificato la nostra democrazia. Per loro non basta un richiamo, ma un’intera lezione di educazione civica. L’insegnamento che la Stampa e il giornalismo in genere dovrebbe dare è quella della riflessione, del racconto imparziale dei fatti, dell’approfondimento. I fatti svaniscono, la gente dimentica e va avanti, soprattutto chi era troppo giovane o non era nato durante gli eventi che hanno scritto la nostra storia di identità nazionale. Puoi non esser d’accordo ma devi sapere cosa e perché è successo e quindi la politica, la scuola e la stampa insieme dovrebbero dare esempio di impegno costante, senza lasciare nulla al caso, fare squadra.
E invece, ad esempio, ho visto il video del 18 giugno scorso nel quale l’Usigrai insieme ad altri giornalisti Rai hanno commemorato alla stazione di Bologna le vittime della strage del 1980. Commozione, memoria, impegno. Nello stesso video però ho visto anche una stazione in movimento: l’altoparlante che annunciava un treno, gente che camminava sui marciapiedi delle banchine. La fotografia di una memoria non più condivisa che quindi si legittima e diventa pericolosa.

Noto con disappunto che molti “professionisti dell’informazione” si fanno beffa di questa distorta realtà, magari anche loro soggiogati, trainando a loro piacimento cosa è giusto o meno raccontare, come se ritenessero noioso parlare sempre di queste cose, come se ci fosse una scaletta da rispettare in gradi di rilevanza che si giustifica solo con l’emergenza, non tanto con gli arresti ma con il sangue. Nessun morto, tutto ok.
“Professionisti” che mettono da parte il giuramento deontologico e plasmano le proprie convinzioni in cambio di un successo o di un guadagno temporaneo.
Dimenticano che ci sono argomenti che non hanno scadenza e di cui dovrebbero occuparsi tutti senza badare al colore della bandiera, migliorando le leggi, investendo in istruzione e cultura, denunciando e scrivendo con cognizione.
Ogni giorno quotidiani, riviste, mensili e periodici in genere, cartacei, web, video, editori dovrebbero parlarne. Parlare di argomenti scottanti, che scottano ancor oggi, come le mafie e come i depistaggi di Stato, come la delinquenza, continuare a battere il ferro insieme a chi non ha mai smesso.
Se tutti si impegnassero con appena 2 minuti al giorno si eviterebbe di sottovalutare il problema e di esporre a ulteriori rischi testimoni di giustizia e chi oggi vive sotto scorta, si continuerebbe a tenere alta la guardia e ad informare il pubblico in modo coerente e continuativo perché non ci sia più nessuno che caschi dalle nuvole pensando che se la mafia non spara allora non c’è.
Altrimenti, la prossima volta che verrà ucciso qualcuno non ci sarà neanche più il tempo di girarsi dall’altra parte fingendo che non ci riguarda o non comprendendo che invece ci tocca, è una malvivenza che ci strattona fin dalla prima Repubblica ma che distrattamente abbiamo sempre preferito confondere con l’emergenza di un momento.

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