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Le geniali intuizioni di un giudice

 

di Giuseppe Ayala

Per comprendere meglio il significato e l’ importanza del cosiddetto “metodo Falcone” è opportuno riflettere brevemente sui significativi mutamenti intervenuti, a partire della seconda metà degli Anni Settanta, nell’universo del crimine mafioso.
I principali sono tre: l’ ingresso massiccio dell’organizzazione nel traffico, anche internazionale, di stupefacenti; l’inedito attacco diretto alle Istituzioni, concretizzato dalle uccisioni di suoi esponenti vittime dell’adempimento del dovere in contrasto con gli interessi mafiosi e lo scoppio della cosiddetta “guerra di mafia” nel 1981.
Cosa nostra, rompendo una lunga tradizione, usciva dalla clandestinità e accendeva i riflettori  rendendosi drammaticamente visibile. A nessuno era più consentito riproporre il vecchio interrogativo: “Ma siamo sicuri che la Mafia esiste?”.
A quel tempo, peraltro, neanche nel codice penale italiano era rinvenibile la parola “mafia” Per trovarla bisognerà attendere il 29 settembre 1982, data dell’entrata in vigore della legge Rognoni-La Torre con il suo inedito art. 416-bis ( associazione di tipo mafioso).
Incredibile, ma vero, si dice in questi casi.
Giovanni Falcone prese servizio all’ Ufficio Istruzione di Palermo sul finire degli Anni Settanta. Nel 1980 il capo di quell’ Ufficio, Rocco Chinnici, gli affido’ un processo che riguardava un traffico di stupefacenti gestito da esponenti dell’ organizzazione mafiosa.
Nell’istruirlo Falcone maturò il primo pezzo della sua visione innovativa. Inutile inseguire la droga che spesso non lascia tracce. Quello che, invece, le lascia di sicuro è il denaro collegato a quel traffico. Così nacque il famosissimo “follow the money,” destinato ad assicurare successi giudiziari sino ad allora impensabili.
Ne offro una testimonianza.
Lavorammo assieme alla cosiddetta “Pizza connection”, un enorme traffico di eroina tra la Sicilia e gli USA che coinvolgeva esponenti mafiosi di entrambe le sponde dell’ Atlantico.
Sostenni l’ accusa e ottenni pesantissime condanne senza che nemmeno un grammo di eroina fosse mai stato sequestrato. La documentazione bancaria certosinamente raccolta da Falcone si risolse in un impianto probatorio inespugnabile per la difesa.
Come ho già accennato, l’aumento assai significativo dei delitti di matrice mafiosa comportò un pari incremento dei fascicoli processuali che li riguardavano. La loro “veicolazione” all’ interno dei vari uffici giudiziari continuava, però, a seguire l’ ordinaria prassi, per cui, per esempio, era del tutto normale che un giudice istruttore lavorasse ad uno di questi senza sapere nulla di quanto stesse facendo il collega della porta accanto impegnato nella trattazione di un fascicolo riguardante un altro delitto di analoga matrice.
Falcone si rese conto che, così stando le cose, non si andava da nessuna parte per la semplice ragione che ciascuno dei delitti mafiosi altro non rappresentava che la manifestazione criminale di una logica associativa. C’era, insomma, qualcosa che, pur nella loro diversità, li accomunava. Una sorta di “fil rouge” che li legava e che, di conseguenza, li rendeva diversi da tutti gli altri, ma tra loro omogenei.
Ritenne, insomma, necessario compiere un salto di qualità verso quella che definì la necessità di procedere verso una “visione unitaria del fenomeno mafioso”.
L’unico modo possibile per realizzarla fu quello di procedere alla riunione di tutti i fascicoli processuali che riguardavano i delitti di mafia. Un accentramento delle conoscenze orientato verso l’ individuazione dell’ immanente “ fil rouge.”
Col senno di poi può sembrare una svolta ovvia e scontata. Col senno di prima, però, nessuno ci aveva mai pensato. Fu una vera e propria rivoluzione destinata ad assicurare successi giudiziari sino ad allora inimmaginabili.
La riunione di tutti i fascicoli processuali concernenti i delitti mafiosi comportò la nascita di una sorta di enorme monolite giudiziario che nessun giudice istruttore da solo avrebbe mai potuto portare avanti. Neanche se possedeva la straordinaria capacità di lavoro di Falcone. Solo una squadra capace e ben affiatata poteva farcela. Nacque così il mitico “pool antimafia.”
Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Leonardo Guarnotta e Peppino Di Lello, con la sapiente guida di Antonino Caponnetto, successore di Rocco Chinnici, ne furono i primi protagonisti.
L’ ultimo “tocco” voluto da Falcone, per rendere ancora più efficace il suo “metodo,” fu quello di coinvolgere, sin dalla fase istruttoria, almeno un pubblico ministero per metterlo, così, nelle migliori condizioni di sostenere l’ accusa davanti ai Giudici del dibattimento. Il fatto che la scelta sia caduta sul sottoscritto poco importa.
La circolazione informativa di ogni risultato acquisito divenne la regola. Si scoprì, così, per esempio, che ciò che appariva non rilevante nell’ ambito di un determinato fascicolo, lo era invece in relazione ad altra e diversa, ma pur sempre collegata, vicenda processuale.
I risultati delle indagini di un’eccellente polizia giudiziaria e gli ulteriori approfondimenti istruttori possiamo paragonarli alle tessere di un mosaico. Il problema era che, sino ad allora, mancando la configurazione dei contorni di ciò che nel loro complesso quelle tessere avrebbero dovuto rappresentare, non si capiva dove e come collocarle.
La “visione unitaria” voluta da Falcone, e il successivo inedito contributo dei collaboratori di giustizia, consenti di superare quel limite. Ogni tessera trovò la sua precisa collocazione. Il “quadro” che ne conseguì risultò, finalmente, chiaro e completo.
Così nacque una grandiosa opera d’arte giudiziaria: il maxiprocesso. La prima vera vittoria dello Stato e la prima vera sconfitta di Cosa Nostra. Per quella definitiva restiamo, purtroppo, ancora in attesa.

Da mafie

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