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A Milano un convegno per testimoniare ai colleghi minacciati che non sono soli

 
In molti paesi si muore ancora per fare il nostro mestiere: raccontare la verità. E se non si muore si rischia, si vive braccati, privati della propria libertà. Fra questi paesi c’è anche l’Italia. È cominciata proprio con questa riflessione di Danilo De Biasio, che deriva dall’annuale classifica di Reporter sans frontieres, l’incontro “Solidarietà senza frontiere” organizzato da Articolo 21 Lombardia, Libera informazione e Festival dei Diritti Umani, a Milano, nella sala affreschi della Città Metropolitana. Un convegno per testimoniare ai colleghi minacciati che non sono soli. Dopo la riflessione di Danilo De Biasio, che ha lanciato un trailer sulla vita di Daphne Caruana Galizia, la blogger maltese uccisa con un’autobomba per le sue inchieste sulla corruzione, la testimonianza di Lorenzo Frigerio, responsabile di Libera Informazione. Poi il saluto di Alessandro Galimberti, presidente dell’ordine dei giornalisti della Lombardia, e Paolo Perucchini, presidente dell’Associazione Lombarda Giornalisti, e il caloroso intervento del segretario generale dell’Usigrai Vittorio Di Trapani.

Ma il cuore del convegno sono state le testimonianze di Antonella Crippa e Paolo Borrometi. Da nord a sud, dalla Provincia di Como dal lecchese, alla provincia “babba” della Sicilia, Ragusa, quella su cui ha indagato Paolo e da cui è dovuto fuggire per le minacce. Ma un unico filo rosso: le intimidazioni, il “guardati le spalle”, il tentativo di bloccare il racconto, la parola.
Antonella Crippa, redattrice del principale giornale comasco, intervistata da Andrea Riscassi, ha raccontato di come ha visto la sua vita cambiare dopo l’arrivo di una mail: ignoto il mittente, che in un secondo invio ha anche negato che si trattasse di una minaccia, ma solo di una richiesta di “precauzione”. Quella mail però ha fatto in modo che anche nella profonda Lombardia, dove lei stava scrivendo di mafie e colletti bianchi, venisse presa la decisione di affidarla ad un’auto dei carabinieri per il controllo dei suoi spostamenti.
È nota invece la storia di Paolo, ma quello che molti non sanno è che le minacce nei suoi confronti non solo non si sono mai fermate, ma hanno finito per intimidire prima gli altri ancora prima di lui: “Dovevo parlare in una scuola siciliana – ha raccontato ieri – ma all’ultimo l’incontro è stato annullato per la paura del preside che l’attentato che volevano farmi si verificasse proprio quel giorno”.

Negazionismo, riduzionismo, indifferenza sono i mali contro cui bisogna combattere, è il messaggio lanciato infine. Perché non solo occupandosi di mafia si può finire minacciati: è capitato perfino ai colleghi sportivi per i loro articoli di essere pedinati dagli ultras.
Dal convegno è emerso quindi un impegno per il futuro: formare i giornalisti a combattere e conoscere, anche nei settori apparentemente più lontani dai problemi della mafia, come l’enogastronomia.
Come spesso capita è una domanda e non una considerazione a concludere il convegno: l’interrogativo che proprio il nostro presidente, Paolo Borrometi, ha lasciato a tutti: “Siamo sicuri di volere davvero la verità?”

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