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Politica e immigrazione

 

di Maurizio Ambrosini 

(Professore di Sociologia delle migrazioni – Dipartimento di Scienze sociali e politiche, Università di Milano)

Un’analisi del recente risultato elettorale attraverso la lente della percezione della presenza immigrata in Italia. Quando le forze politiche cavalcano la paura del diverso  

Il recente risultato elettorale non è stato particolarmente sorprendente nel suo orientamento complessivo, quanto piuttosto nella sua portata. Su fenomeni complessi come il voto influiscono diversi fattori: per esempio, pochi hanno notato che gli italiani dopo aver tenuto un comportamento elettorale molto stabile e prevedibile per decenni, dal 1992 votano sistematicamente contro il governo uscente. Se c’è una costante della cosiddetta seconda repubblica, è l’insoddisfazione per i governanti. Che gli italiani volessero punire chi ha retto le sorti del paese negli ultimi anni era nell’ordine delle cose. Ma c’è un’altra analogia che, sebbene prevedibile, rimane non di meno inquietante.

 

Il voto contro l’accoglienza

Molti elettori dei paesi sviluppati se incontrano un’offerta politica che gliene offre la possibilità votano contro l’accoglienza di immigrati e rifugiati. L’hanno fatto con la Brexit, con l’elezione di Trump, con il voto per le forze nazionaliste e xenofobe nell’Est dell’Europa, in Austria, in paesi scandinavi un tempo accoglienti come Danimarca e Svezia. In Olanda e Francia non hanno vinto, ma nel primo caso hanno costretto la coalizione di maggioranza ad adottare linee più restrittive, e nel secondo hanno comunque ottenuto più di un terzo dei consensi al ballottaggio in favore della candidatura di Marine Le Pen. Come è noto, gli elettori non votano avendo in mente la realtà, ma piuttosto la percezione della realtà. Il governo uscente è stato punito, fra le altre ragioni, perché considerato troppo accogliente nei confronti dei richiedenti asilo. La percezione della maggior parte dell’opinione pubblica è quella di un flusso enorme e sregolato di esseri umani, mentre su scala mondiale l’84% dei rifugiati sono accolti in paesi del cosiddetto Terzo Mondo (Unhcr, 2017). L’Unione europea ne accoglie meno del 10%. Sul piano locale, queste percezioni si erano già espresse in modo visibile nelle proteste contro l’insediamento di centri di accoglienza per richiedenti asilo.

 

I numeri dell’accoglienza in Italia

In Italia solo 758 enti locali (dato del febbraio 2018) hanno accettato di collaborare con il Ministero dell’Interno accogliendo progetti Sprar, di cui avrebbero la titolarità e il controllo. In tutto, 36.000 posti circa. Inoltre, il Mezzogiorno, con l’aggiunta del Lazio, risulta comparativamente più disponibile verso la partecipazione a progetti Sprar del Centro-Nord. Globalmente, le regioni del Sud e le Isole offrono il 49,2% dei posti Sprar disponibili a livello nazionale. Nella maggior parte dei casi, i rifugiati vengono accolti nei Centri di accoglienza straordinaria (Cas) (circa 160.000 posti), che fanno capo alle Prefetture e non coinvolgono i Comuni, che spesso protestano più o meno rumorosamente.

I rifugiati sono così spesso intrappolati in una classica situazione di capri espiatori: arrivano in gruppi, senza essere invitati o autorizzati, risultano facilmente visibili, per di più ricevono aiuti pubblici, che alimentano risentimento tra i disoccupati o i cittadini poveri, per i quali le misure di sostegno sono generalmente inadeguate.

Problemi di sicurezza, attacchi terroristici, timori di crescita delle attività illegali sono altri fattori che alimentano le campagne ostili ai richiedenti asilo. Si attua nei loro confronti uno specifico processo di stigmatizzazione, sotto forma di disconnessione tra l’autorizzazione formale a risiedere e un riconoscimento sociale che invece viene negato: non solo i cittadini (nativi) respingono l’accoglienza dei richiedenti asilo, ma parecchie autorità locali sposano gli atteggiamenti ostili ai rifugiati e fomentano pubblicamente discorsi xenofobi, dimostrazioni di piazza e atti di disobbedienza contro il loro insediamento. Per di più, le comunità locali possono presentarsi come vittime di decisioni assunte da istituzioni nazionali distanti e indifferenti.

”Noi” e “Loro”

Il complesso vittimistico è un tipico cliché delle politiche xenofobe, giacché consente la costruzione comunicativa di una facile opposizione tra “Noi”, la comunità locale pacifica e integrata, e “Loro”, gli estranei, portatori di pericoli, insicurezza, depauperamento delle risorse del welfare. Su questo registro, gruppi e movimenti di estrema destra sono riusciti a costruire alleanze con comitati, assemblee e gruppi spontanei di cittadini.

A questo si aggiunge l’accusa nei confronti della “falsa solidarietà” delle Ong corrotte e del “business dell’accoglienza”: dai salvataggi in mare all’ospitalità sul territorio, non senza aver trovato alcuni riscontri a livello giudiziario, si elabora una narrazione che vede occulti interessi economici dietro le attività umanitarie.

Le responsabilità della politica

Questa rappresentazione non è stata solo propagandata dall’estrema destra, ma esplicitamente adottata dal Movimento 5 Stelle, promotore nella scorsa primavera della campagna politica contro le Ong impegnate nei salvataggi in mare. Il fatto che l’accoglienza venga gestita da soggetti del terzo settore e generi posti di lavoro occupati soprattutto da giovani si trasforma in un elemento di biasimo, anziché di apprezzamento.

È proliferata in tal modo l’idea che “Noi” siamo sotto attacco e abbiamo il diritto di difendere noi stessi, le nostre famiglia, case e proprietà. L’accoglienza dei rifugiati viene facilmente collegata ai problemi della criminalità e del degrado urbano, persino a questioni di igiene pubblica e di prevenzione contro possibili epidemie.

Come cambia lo spazio pubblico

Il territorio stesso cambia di statuto: da spazio pubblico a cui chiunque può avere accesso, a proprietà privata dei residenti storici, come una sorta di estensione della casa. Non per niente uno dei più noti slogan xenofobi reclama “padroni a casa nostra”. Non va trascurata per completare l’analisi una funzione latente delle mobilitazioni anti-rifugiati: la scoperta di un pericolo di invasione che minaccia il territorio riaggrega società locali frantumate e disperse, ricrea un Noi, un senso di comunità e di appartenenza, sebbene paranoide, ossia nutrito di sentimenti di avversione verso il diverso.

Gli abitanti si riscoprono uniti e solidali nei confronti del nemico. C’è quindi un paradossale beneficio psico-sociale nel mobilitarsi contro le presunte invasioni: sentirsi vittime, e insieme sentirsi comunità, riaffermando la propria identità di abitanti del territorio. Forse, al di là degli esiti elettorali, si può intravedere nei processi di accoglienza un elemento di speranza. La mobilitazione anti-rifugiati è particolarmente intensa di fronte all’annuncio dell’apertura di una struttura per l’accoglienza: quando cioè la minaccia ha contorni indistinti e fantasmatici. Dopo l’arrivo, quando i nuovi arrivati acquistano un volto e un nome, almeno una parte delle paure si sgonfia e il clima sociale generalmente migliora.

Quando si passa dalla minaccia oscura e immaginata al rapporto con le persone in carne e ossa, parecchie avversioni si stemperano e l’accettazione tende a crescere, a volte si traduce in conoscenza e sostegno. La conoscenza reciproca tende a dissipare paure e pregiudizi. Le comunità religiose possono avere una funzione importante in proposito, non solo nel promuovere l’accoglienza ma nel favorire l’incontro e aiutare a dismettere i pregiudizi.

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