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I “ciclofattorini” che portano il cibo a casa, si organizzano, rivendicano i diritti dei lavoratori dipendenti

 

Durante (Cgil): accordo campione siglato fra le parti in Danimarca, presente il governo: prospettiva per le aziende del digitale

Di Alessandro Cardulli

I rider, i  ciclofattorini che lavorano per le piattaforme digitali di consegna del cibo a domicilio si stanno organizzando per costituire un’associazione, in risposta alla sentenza del Tribunale del Lavoro di Torino che ha respinto il ricorso con il quale alcuni lavoratori, dopo essere stati licenziati dalla multinazionale tedesca Foodora avevano chiesto il riconoscimento di lavoro subordinato. Nel merito del pronunciamento di prima istanza del tribunale torinese Fausto Durante,  responsabile dell’area Politiche europee e internazionali Cgil, esprime una valutazione fortemente critica. “Con questo pronunciamento – ci dice – il tribunale ha stabilito che i rider di Foodora, i fattorini che consegnano cibi e piatti pronti a casa dei clienti sulla base delle istruzioni elaborate da un algoritmo e comunicate attraverso una applicazione sul proprio smartphone, sono da considerarsi non lavoratori dipendenti, ma autonomi senza alcuna relazione di lavoro subordinato con l’azienda, una delle principali piattaforme digitali e uno tra i più conosciuti protagonisti della cosiddetta gig economy. Certo, è alquanto discutibile – prosegue – l’idea che chi, regolarmente e sulla base di precisi ordini ricevuti, consegna cibo ordinato da un utilizzatore finale a un ristorante, per telefono o via Internet, abbia l’autonomia di decidere cosa, quando e a chi consegnare. Questo tipo di attività non pare assimilabile alle caratteristiche tradizionali del lavoro autonomo, ma è evidente che la discussione sul tema continuerà, nelle sedi delle decisioni politiche, degli approfondimenti e degli studi accademici, delle discussioni sindacali, delle aule di giustizia”.

Assemblea nazionale. Nasce l’associazione. Manifestazioni il Primo Maggio

In risposta al no pronunciato dalla sentenza. i “ciclofattorini” hanno accelerato il lavoro per la costruzione di una associazione nazionale a tutela dei loro diritti, in rapporto con i sindacati, gli enti locali. Si sono svolti incontri, riunioni, in diverse città, c’è stato uno scambio di esperienze, poi  la prima assemblea a Bologna, la città dove già si erano svolte iniziative in rapporto con i sindacati e il Comune. Sono arrivati rider,  un centinaio soprattutto giovani, ma non solo, portando esperienze di lavoro e iniziative in numerose città italiane a difesa dei diritti, dignità e della  sicurezza del posto di lavoro. Un centinaio i “ciclofattorini” che lavorano per le piattaforme digitali di consegna del cibo a domicilio provenienti da tutta Italia. Fra loro anche due dei sei fattorini che sono stati licenziati e si sono visti respingere il ricorso dal  tribunale del Lavoro. Insieme agli italiani anche rider provenienti da Francia e Belgio. Partendo dalla  esperienza del capoluogo emiliano dove è stata già costituita la “Riders Unione Bologna”, associazione che riunisce i lavoratori delle piattaforme digitali, che ha firmato insieme a Comune e sindacati la prima “Carta dei diritti  fondamentali del lavoro digitale nel contesto urbano”, ora si lavora per dare alla associazione dimensioni nazionali organizzando  sempre a Bologna una iniziativa di mobilitazione in occasione del Primo Maggio. Anche a Milano, Torino, e in altre città vengono annunciate manifestazioni. “Chiediamo di lavorare in sicurezza –  è stato detto nel corso della assemblea – con assicurazioni, indennità in caso di maltempo e una paga minima oraria. Se le piattaforme digitali non condivideranno la Carta vedremo: spingeremo perché diventi un protocollo con elementi sanzionatori verso chi non vuole firmarla. Oltre questo, ci mobiliteremo ancora”.

Positivi rapporti con i sindacati e con i Comuni. Iniziative comuni

A Bologna, Milano, in altre città, c’è stato un “positivo” confronto con i sindacati e con il Comune per stabilire un percorso comune. Dice l’assessore alle Politiche del lavoro, Attività produttive e commercio: “L’esito del percorso milanese sarà la formulazione di  un ‘decalogo’ di impegni da presentare alle principali piattaforme, coerente con la ‘Carta’ proposta dal Comune di Bologna ma misurato sulle specificità cittadine. Con alcune piattaforme il confronto è già partito nelle scorse settimane, sia sul fronte della sicurezza sia su quello del lavoro. In attesa che la politica nazionale si decida ad occuparsi finalmente di lavoro e vita reale, un’alleanza tra le città può essere di stimolo”.

I “ciclofattorini” di Foodora, di fatto in Italia, sono gli “apripista” di nuove vertenze in settori di lavoro ancora non molto esplorati dai sindacati italiani che riguardano lavoratori di diversi settori. In altri paesi europei sono aperte vertenze che si concludono con importanti accordi. “Proprio mentre il tribunale torinese respingeva il ricorso  dei rider, in Danimarca –  sottolinea Fausto Durante – è  stato siglato  un significativo e innovativo accordo tra il sindacato e una delle più usate piattaforme digitali in quel Paese”. Ovviamente i media nostrani non solo non hanno prestato attenzione alle iniziative che si stanno sviluppando da parte di lavoratori italiani che vedono negati loro diritti elementari, ma hanno anche ignorato la notizia dell’accordo sottoscritto in Danimarca. Guai a disturbare il manovratore in particolare quando riguarda le grandi multinazionali del digitale.

Salario, ferie, pensioni, indennità di malattia nell’accordo siglato in Danimarca

“Il sindacato 3F, che organizza i lavoratori delle pulizie e dei servizi in Danimarca –  precisa Durante –  ha siglato un accordo collettivo con Hilfr.dk, una piattaforma che assicura servizi di pulizia per oltre 1.700 clienti di diverse caratteristiche, esigenze e dimensioni. L’accordo, che entrerà in vigore il 1 agosto 2018, garantisce alle persone che lavorano per la piattaforma l’indennità di malattia, il diritto alle ferie e i contributi pensionistici. L’accordo stabilisce, inoltre, un salario minimo di 141,21 corone danesi (l’equivalente di circa 19 euro) per ogni ora di lavoro svolta per la piattaforma”. La stessa azienda – prosegue il dirigente della Cgil – “ritiene  l’accordo  importante, perché permette di indicare una prospettiva possibile per le aziende dell’economia digitale, diversa dalla vulgata che le vuole in grado di offrire solo lavoro povero e le presenta sempre alla ricerca di vantaggi sulle tasse. Ed è importante – prosegue – anche perché dimostra che il modello del mercato del lavoro danese (spesso preso a esempio per la grande flessibilità legata ad alti livelli di protezione sociale) è compatibile con il modello di business delle piattaforme digitali.

Il sindacato F3. Il lavoro nelle piattaforme può essere regolato  contrattualmente

Anche il sindacato 3F sottolinea il carattere positivo e simbolico dell’accordo, che dimostra come il lavoro nelle piattaforme possa essere regolato contrattualmente ed avere diritti: due condizioni per far sì che i benefici delle nuove tecnologie siano equamente distribuiti tra impresa e dipendenti e non determinino obbligatoriamente peggioramenti nei trattamenti salariali e nelle condizioni di lavoro”. Chiediamo a Durante una valutazione “politica” nel senso corretto del termine, del messaggio che da questo accordo viene al sindacato, agli stessi imprenditori, alla politica economica e sociale del governo. Risponde Durante: “Il Messaggio è sicuramente incoraggiante per il futuro delle relazioni industriali e del ruolo del sindacato nelle piattaforme e nell’economia digitale. Tieni  presente – sottolinea – che alla cerimonia svoltasi per la firma del testo da parte dei numeri uno dell’azienda e del sindacato ha partecipato il primo ministro della Danimarca, Lars Løkke Rasmussen. Come è evidente, questo caso positivo conferma – proprio perché accompagnato da esempi negativi e da controversie giuridiche attive in molti paesi europei – la necessità di definire regole certe e standard di natura europea, per realizzare un quadro di coerenza e di certezze per le imprese e i lavoratori e fare in modo che questo nuovo modello di lavoro e di business si svolga all’insegna di equilibrio, rispetto, sostenibilità sociale. C’è da augurarsi che le autorità europee e nazionali si concentrino su questi obiettivi”. Forse sarebbe il caso che se ne parlasse in Italia  proprio nel momento in cui le forze politiche sono impegnate  nel difficile compito di dare un governo al Paese. Chissà se Salvini o Di Maio, autocandidati presidenti, o anche qualcuno di cui si parla come ministro per lo sviluppo economico, sono a conoscenza di queste vertenze, del ruolo del sindacato. Chissà se un nostro possibile primo ministro andrebbe a presenziare alla firma di un accordo che riguarda lavoratori che assicurano le pulizie. L’intervista finisce. Anzi no. In una specie di post scriptum Durante ci fa sapere che le autorità di governo della Danimarca “hanno vietato, qualche mese fa, a Uber di operare nel territorio danese, avendo la stessa Uber dichiarato di non sentirsi vincolata al modello sociale e di lavoro del paese. Mi pare – conclude – un buon elemento di riflessione”.

Da jobsnews

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