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Quando una poltrona in Parlamento conta più della dignità dei cittadini

 

A ridosso della conclusione dell’ennesima campagna elettorale basata, per la gran parte, su promesse, vere-false buone intenzioni, veri-falsi buoni propositi, allarmismi vari e dominata dall’intramontabile retorica della propaganda, ci è sembrato doveroso analizzare e puntare i riflettori su un aspetto pressoché dimenticato da tutti, o quasi, i candidati alle imminenti parlamentarie: i diritti dei cittadini italiani. Su una pubblica affissione si legge: “Incontro con gli elettori”. Si riduce a questo l’importanza dei cittadini per i politici alla ricerca disperata della poltrona o di un incarico? Ascoltare, o fingere di farlo, le lamentele, i disagi, i problemi, e promettere il cambiamento inevitabile ma successivo e conseguente le elezioni, o meglio l’elezione del diretto interessato.

Una ricerca dell’Espresso ha calcolato che, nelle liste presentate per le elezioni 2018, sono presenti tantissimi politici oltre il terzo mandato. Significa che sono persone entrate in parlamento da quasi o oltre venti anni.

Persone che della politica ne hanno fanno un mestiere certo ma che, soprattutto, non vedono alternativa al rimanere dentro le istituzioni. Sembra quasi lo considerino un loro diritto. Non è così. Il loro è un dovere invece. Hanno il dovere di servire lo Stato e il popolo italiano. Sono in tanti, tantissimi che dovrebbero farlo eppure i diritti dei cittadini italiani sono continuamente e ripetutamente calpestati. E sarebbe il momento di dire basta, indipendentemente dalle elezioni e dal loro esito.

Stando ai dati riportati nel report Rule of Law Index 2017-2018 di World Justice Project, l’Italia si attesta in 31° posizione, tra Barbados e Emirati Arabi.

Gli indicatori utilizzati sono:

  • Restrizioni del potere governativo
  • Livelli di corruzione
  • Amministrazione aperta (open government)
  • Diritti fondamentali
  • Ordine e Sicurezza
  • Rispetto e Controllo dei Provvedimenti
  • Giustizia (Civile e Penale)

A onor del vero va detto che, rispetto al precedente studio, l’Italia guadagna 4 posizioni ma viaggia ancora su un binario lento e accidentato rispetto alla nazione europea top performer, ovvero la Danimarca. Naturale a questo punto chiedersi cosa manca davvero all’Italia e agli italiani rispetto alla Danimarca certo ma anche agli altri 29 Paesi che la precedono. Dal precedente report del 2016, gli indicatori maggiormente peggiorati a livello globale riguardano l’area dei diritti umani, il controllo del potere governativo, la giustizia. In Italia gli indicatori evidenziati in negativo riguardano principalmente la corruzione, l’ordine e la sicurezza (della persona e della proprietà), la giustizia civile.

 

Anche una semplice ricerca online basta per mettere in risalto l’innumerevole quantità di organismi, enti e associazioni presenti in Italia sorti allo scopo di tutelare il cittadino, il consumatore, lo studente, il docente, il lavoratore, il pensionato, il diversamente abile, il lavoratore autonomo, l’imprenditore, l’orientamento religioso, l’orientamento sessuale, e via discorrendo. Ma per questo non ci sarebbero già le Istituzioni e lo Stato? Domanda ovviamente retorica. Se un cittadino necessita dell’intervento di una terza parte per tutelare i propri interessi, o meglio i propri diritti, e farli valere anche nei confronti del medesimo stato di cui fa parte allora viene da sé che in questo “stato” molti conti non tornano.

Leggendo i dati pubblicati nel Rapporto sullo stato dei diritti in Italia dell’Associazione per le libertà A buon diritto, il quadro negativo viene confermato in toto. Scrive Luigi Manconi nella prefazione allo studio: «La tutela e l’effettività dei diritti umani non è questione esotica che riguardi solo lande lontane, popoli oppressi e regimi totalitari. Al contrario, è problema che ci riguarda direttamente. Ed è bene, di conseguenza, partire da noi, prima di andare in giro per il mondo a predicare, di quei diritti, il valore e l’urgenza». Come dargli torto.

La premessa fondante del progetto da cui ha avuto origine il rapporto è «una visione unitaria del sistema dei diritti e una concezione piena della persona umana che ne è titolare». Del resto se non si rispetta la persona come si può anche lontanamente pensare ne saranno tutelati gli averi e relativi diritti? La Storia passata e presente ci insegna che «non c’è libertà, non c’è eguaglianza, non c’è reciprocità senza il riconoscimento della dignità di ciascun essere umano in relazione con i suoi simili».

A settembre 2016 il ministro Poletti annuncia un incremento del Fondo per la non autosufficienza di 50milioni di euro. A febbraio 2017, in sede di Conferenza Stato-Regioni, l’aumento viene annullato. La associazioni di rappresentanza delle persone con disabilità protestano. L’aumento viene reintegrato ma senza specificare tempi e modalità. «La vicenda del Fondo per le non autosufficienze è indicativa della situazione di incertezza e precarietà che accompagna la vita delle persone con disabilità nel nostro paese». Incertezza e precarietà che accompagnano la vita di tutti i cittadini ma che, certo, nel caso di disabili e malati, diventa un boccone ancor più amaro e disgustoso da ingoiare.

Dopo l’approvazione della legge sulle unioni civili «non sembra esserci più nessuno in Italia che non sia stato invitato almeno una volta al matrimonio di due amici o di due amiche». Nell’immaginario collettivo infatti le unioni civili sono equiparate al matrimonio, ma «ciò non è pienamente vero». A cominciare dal «diritto ai figli», sia quelli già esistenti che quelli da concepire e mettere al mondo. Per giungere su un terreno «sul quale l’inezia della politica e del legislatore si fa pesantemente sentire ed è quella degli atti di omofobia».

Molteplici sono gli esempi che si potrebbero addurre per elencare le violazioni della libertà di espressione e di informazione. Troppe le intimidazioni fisiche e verbali ai danni di cronisti. Innumerevoli i casi in cui la libertà di stampa è pregiudicata da pressioni politiche sociali criminali.

La percentuale di laureati in Italia è tra le più basse in Europa. La spesa pubblica destinata all’istruzione è stata via via sempre più ridimensionata. La condizione contrattuale e lavorativa del corpo docente, la condizione di precarietà lavorativa per un significativo numero di insegnanti, lo stato disastroso in cui versano molte scuole pubbliche determinano una situazione di innegabile violazione del diritto allo studio e all’istruzione pubblica per i giovani e di sfavorevoli condizioni di lavoro per gli insegnanti.

Un sistema sanitario nazionale che, di fatto, si compone di «21 sistemi (19 Regioni e le Province di Trento e Bolzano), ognuno dei quali è strutturato in modo autonomo» non può garantire eguaglianza nelle prestazioni mediche e sanitarie e quindi se regna la disparità è presente una grave violazione dei diritti dei cittadini. Anche se sono stati rinnovati i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) da garantire su tutto il territorio, in concreto permangono forti squilibri su base territoriale nell’erogazione dei servizi, sull’importo dei ticket e sui tempi d’attesa. Inoltre va ricordato che i LEA sono gli “essenziali” appunto, ovvero la punta dell’iceberg dei servizi di cui i cittadini possono aver bisogno e a cui hanno diritto.

Sulle garanzie di lavoro e di reddito è quasi pleonastico sottolineare quanto la situazione italiana sia «ben lontana dal poter essere considerata positivamente». Lo stesso può dirsi di protezione dell’ambiente e vita buona.

Nel 1998 Grecia e Germania hanno istituito rispettivamente la Commissione per i Diritti Umani e la figura di un Commissario per i diritti umani e gli aiuti umanitari. Nel 2001 lo ha fatto l’Irlanda. Nel 2007 Francia e Regno Unito. E l’Italia? Non risulta esserci nulla del genere. Perché? Un impegno che l’Assemblea generale delle Nazioni Unite chiede agli Stati firmatari dal 1993 e che in Italia vede il progetto di legge per realizzarlo fermo in Parlamento dal 2002.

Sul sito del Festival dei Diritti Umani a tal riguardo si legge una dichiarazione del luglio 2015 dell’allora ministro Paolo Gentiloni: «È importante che nasca con una fortissima caratteristica di indipendenza un’agenzia per la salvaguardia dei diritti umani, serve anche a noi che stiamo al governo». “È importante che nasca” e “serve anche a noi che stiamo al governo”. Già.

I principi fondamentali della Costituzione sono straordinari, nella teoria del pensiero e della ideologia che li ha generati ma diventano quasi improponibili volgendo lo sguardo al mondo reale concreto nel quale sono costretti a districarsi i cittadini di ieri come di oggi. Una realtà nella quale ogni diritto è una conquista ottenuta con la strenua forza di volontà, con la “lotta” non armata di cortei e manifestazioni, referendum e quant’altro dovrebbe servire a far ottenere e preservare i diritti di tutti i cittadini e di ognuno di essi.

Le campagne elettorali strutturate secondo la logica della promessa e della chiacchiera andrebbero abolite, vietate per coloro che sono politici uscenti, che essendo già stati in carica devono produrre prove concrete del lavoro svolto durante il mandato. Non promesse ma rendicontazioni perché l’ad e il consiglio di amministrazione di un’azienda che incassano corposi cedolini azionari e assegni sostanziosi mentre i dipendenti della medesima società temono il licenziamento o sono alla bancarotta non sono di certo dei buoni amministratori. Lo stesso deve valere per gli amministratori pubblici che hanno per certo incassato tutti i loro stipendi e benefit per l’intero periodo trascorso nelle istituzioni e oltre e devono dimostrare, quantomeno, di aver meritato quel denaro per il lavoro svolto e i risultati ottenuti. Le promesse non servono e le scuse non bastano, contano solo i fatti e i dati, reali, tangibili e documentati.

Determinante quindi, per i cittadini, l’abbandono del voto di scambio, di quello per cortesia, per abitudine, per illusione… necessario invece il voto ragionato per cambiare davvero un Paese, per costringere la sua classe dirigente a fare bene il proprio lavoro.

Albert Einstein definiva la follia come l’ostinazione nel fare sempre la stessa cosa aspettandosi ogni volta un risultato diverso. I cittadini italiani devono smetterla di aspettare che le cose cambino rimanendo inermi ad aspettare, devono fare in modo di essere loro stessi il cambiamento che vogliono vedere, come auspicava Martin Luther King. A cominciare dal voto per le prossime elezioni parlamentarie. Un voto ragionato.

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