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Proposte concrete per ricostruire la sinistra

 

In questo nuovo panorama politico, che il Vecchio Continente sta vivendo, ci ritroviamo dinnanzi a una evidente crisi sul piano elettorale del cosiddetto establishment, ovvero delle forze politiche che in questi anni hanno governato praticando una dottrina economica basata largamente sull’austerità. Questa dottrina ha ispirato una nuova forma di riformismo,  promosso senza distinzioni politiche nel campo del centrosinistra e del centrodestra, del quale sono stati oggetto i principali stati europei.
Questo è accaduto e continua ad accadere in maniera geograficamente sparsa: basti citare la riforma del lavoro francese, Loi Travail, che ha generato duri scontri e proteste in tutto il Paese, piuttosto che il Jobs Act, la riforma del lavoro promossa e attuata nel nostro Paese dal governo Renzi.
Le elezioni politiche ci stanno consegnando un nuovo quadro della situazione che modifica profondamente il bipolarismo, ovvero la presenza parlamentare, e la conseguente alternanza al governo, di forze di ispirazione socialdemocratica o socialiste e di forze liberali o conservatrici, a cui eravamo abituati fino a poco tempo fa.

Il nuovo prospetto elettorale è formato da una parte dalle forze liberiste e dall’altra dalle forze nazionaliste populiste. Le prime rappresentano un’area centrista che sostiene appunto politiche liberiste in campo economico, fortemente europeiste e convinte che la globalizzazione sia una grande opportunità per realizzare un Paese, probabilmente direbbero loro, più “smart”, mentre le seconde sono le forze che stanno aumentando esponenzialmente il proprio bacino elettorale, cavalcando la rabbia e il disagio sociale e chiedendo un cambiamento radicale dell’assetto politico e del sistema economico, partendo da un’impronta di destra-nazionalista, tranne rare eccezioni, come nel caso dell’affermazione del Movimento Cinque Stelle, le cui proposte sono disomogenee sul piano strettamente ideologico.
La sinistra europea in questo quadro politico, nonostante l’evidente arretramento culturale sul piano dialettico e sul piano teorico che domina nell’attuale scenario, oggi non ha futuro se non inizia una nuova fase. Non a caso, il Labour Party in Inghilterra, grazie alla nuova linea politica di cui è promotore Jeremy Corbyn, malgrado l’opinione di  qualche tempo fa degli esponenti di spicco dell’area renziana, sta ottenendo ottimi risultati elettorali e riacquisendo consensi popolari.

Una nuova fase in cui si deve innanzitutto avviare una costituente, insieme alle altre forze europee e internazionali, per un pensiero europeo e globale sui nuovi fenomeni che caratterizzano il quadro sociale. Bisogna iniziare a pensare di cambiare questo mondo partendo da uno studio approfondito del nuovo assetto economico, dalla gig economy passando ai processi di finanziarizzazione economica, affinché si agisca in opposizione allo smantellamento in atto del welfare state (eseguito con estrema cura anche dai governi di centrosinistra), prendendo una posizione chiara e netta sull’abbassamento delle condizioni di lavoro e di salario che si stanno applicando per rispettare la cosiddetta legge del mercato. Un mercato spesso sleale che rende possibile la globalizzazione del profitto, a beneficio delle élite economiche, invece che una globalizzazione dei diritti.
La sinistra non può, come spesso è accaduto in questi anni, limitarsi alle battaglie sui diritti civili, per carità, giustissime battaglie a cui se ne dovranno aggiungere altre, o alla strenua difesa ad ogni costo dell’europeismo. Ma per esempio bisognerebbe iniziare a dire che la formula del 3% sul deficit/PIL è un freno alla crescita e non è possibile che a dichiarare ingiusta e controproducente la Legge Fornero debbano essere Matteo Salvini o Luigi Di Maio. Per non parlare poi della necessità di far fronte alle delocalizzazioni di grandi aziende verso altri Paesi appartenenti alla stessa Unione Europea, dove magari le tasse sono inferiori e i salari sono più bassi, dopo aver perfino ricevuto soldi pubblici.

Serve una forza politica popolare che sappia ritornare nei luoghi di conflitto sociale, nei luoghi periferici, dove, nel vuoto più assoluto, nella migliore delle ipotesi è arrivato il Movimento Cinque Stelle e, nei casi peggiori, sono arrivati la Lega e CasaPound. Tuttavia, non basta andar lì per fare qualche promessa in politichese o per provare a tutelare gli interessi di una cerchia ristretta di ceto politico. Bisogna recarsi lì e portare aria fresca, proposte concrete sui temi e far sentire non solo la propria vicinanza, ma la propria presenza. Un tempo si diceva che la sinistra debba guardare il mondo con gli occhi dei più deboli, oggi solo i quartieri centrali delle città votano proposte sulla carta di centrosinistra o di sinistra mentre le periferie sono state abbandonate a se stesse da una sinistra salottiera o che, pur provandoci, non riesce ad ottenere risultati sufficienti. Una parte politica che spesso rischia di parlare solo a se stessa ed è troppo impegnata a dividersi, più che a unirsi e formare finalmente un nuovo soggetto, con metodi nuovi, con un linguaggio nuovo, ma anche con un  pensiero all’altezza dei nostri tempi per una nuova fase politica. Ad essere posta in dubbio ormai non è l’efficacia di una forza di sinistra, ma addirittura la richiesta, da parte degli elettori, della presenza di una rappresentanza di sinistra, perché siamo sicuri che nel Paese reale ci si chiede che fine abbia fatto “la sinistra che fu”? Giustamente, anche gli elettori che un tempo votavano questo parte politica, oggi sono preoccupati a fronteggiare la crisi e ad arrivare alla fine del mese, più che a pensare se si necessita di una forza politica. Questo è un dibattito che riguarda sempre più gli addetti ai lavori e non il Paese e i territori, nonostante ci si debba e rivolgere a quel Paese che ormai è sfiduciato e ha perso, oltre alla pazienza, anche il diritto al tempo da destinare a se stessi e ai propri cari.

Giovani, precari, lavoratori, famiglie intere aspettano risposte, perché mentre si propone di ridurre l’orario lavorativo a parità di salario, c’è un altro pezzo di Paese che lavora senza orari e alcuni diritti non li hai mai visti. Pertanto, ben vengano proposte utili per l’intera collettività, ma bisognerebbe ristabilire una connessione con la società, dove ci sono milioni di persone a rischio povertà oppure che già vivono in  povertà assoluta. Ma non serve citare quanti lavoratori (della gig economy, nei call center e non solo) sono costretti a fare lavoretti perché succubi per bisogno della logica del meglio questo, nonostante tutto, che niente e il mercato oggi purtroppo dà e offre questo; oppure raccontare la situazione in cui versano le scuole, le nostre università, il sistema sanitario nazionale, la giustizia e tanti altri settori dove la crisi l’hanno pagata, come spesso accade, i più deboli.
Per questo non ritengo sia utile pensare che riscaldando un po’ di centrosinistra, magari con un restyling, si risolva la questione né costruendo una forza minoritaria con un taglio esclusivamente estremistico. La sfida è ardua e complessa, ma innanzitutto serve una nuova idea di Paese da stabilire: vedendosi, discutendo e organizzandosi. Con un linguaggio nuovo, ricordandoci che bisogna rivolgersi alla società, non solo alla propria base, e che il Paese è più arrabbiato che mai perché chiede cambiamento. Sta a noi il difficile compito di declinare questa rabbia, questo disagio sociale, con i nostri valori di uguaglianza, giustizia sociale e solidarietà. Non possiamo rischiare che questa condizione difficile, la quale coinvolge milioni di persone, divenga oggetto e strumento di chi vuole fomentare la guerra tra i poveri che viene vinta dai ricchi. Questi princìpi, profondamente giusti, ormai non hanno più efficacia se non accompagnati da proposte serie e realizzabili che cambiano la vita delle persone.
Affinché il fiore della libertà possa risorgere, bisogna cimentarsi nello studio e provare a dare un contributo politico e culturale nello scenario inedito del XXI secolo, in quanto il bisogno di sinistra non deve esaurirsi mai, nonostante la parentesi buia nella quale collettivamente ci ritroviamo.

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