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Omicidio al Cairo

 

Il titolo sembra rubato alle sciarade di Agatha Christie, con quel profumo di pizzi e vecchi merletti che tanto appassionano le anime nostalgiche della Belle Epoque; però la storia sfodera tutt’altra tempra. C’è un poliziotto corrotto che nel suo infaticabile rimestare in cerca di ‘pizzo’ nel sordido ventre della città tentacolare, si imbatte in un omicidio odioso; un imprevisto caso di coscienza, ammesso che ne possegga una. Il piedipiatti è un uomo solitario, ben attento a tenersi lontano dalle grane; ha perduto l’amatissima moglie in un incidente stradale e trascina la vita alla meno peggio, fumando molto e di tutto e aderendo più per indolenza che per ambizioni di carriera alle regole immorali del capo in testa che è anche suo zio. Un brutto giorno in uno degli alberghi più esclusivi della megalopoli, una ragazza assai bella, nota cantante dalla voce melodiosa, è stata trovata in un lago di sangue, la gola tagliata da una scheggia di vetro. Una cameriera senegalese a giornata,  spingendo il suo carrello nel corridoio, ha intravisto un uomo uscire dalla stanza, e poco dopo, seminascosta dietro una rientranza della parete, ne scorge un secondo al quale non sfugge la sua presenza. La ragazza riesce a fuggire, inseguita, sui tetti e a far perdere le sue tracce. Intanto la squadra omicidi accorsa sul luogo dell’assassinio, avvalora l’ipotesi del delitto passionale, anzi addirittura vorrebbe spacciare quella truce macelleria per un suicidio. C’è una buona ragione: nel caso è implicato un  parlamentare molto vicino al potentissimo presidente della nazione, e la sua faccia sorridente campeggia ovunque da giganteschi schermi luminosi con la promessa di un radioso futuro per la città.

Il poliziotto, di testa propria, inizia a svolgere qualche indagine seguendo l’unica pista a disposizione, e arriva troppo tardi nella casa in cui la cameriera dell’albergo abita con due connazionali, già trucidati senza pietà perché possibili scomodi testimoni. Inevitabilmente scatta nell’agente la molla del segugio, il desiderio di consegnare il colpevole alla giustizia. Con ancora maggior convinzione in seguito alla visita nel suo ufficio, tra lo stupore eccitato dei colleghi, di un’amica della ragazza uccisa, una cantante famosissima e di incantevole seduzione. La maliarda, incurante del rischio che corre, racconta tutto ciò che sa; e non basta. Nei locali in cui si esibisce, introduce  provocatoriamente nel proprio repertorio la canzone di “amore e abbandono”  cavallo di battaglia dell’amica scomparsa: un’aperta allusione alla relazione clandestina con il politico rampante. Lo sbirro, ascoltandola cantare, fatalmente se ne innamora. E dopo lo spettacolo la segue nell’attico assai glamour, con vista notturna a perdita d’occhio sui tetti della metropoli, dove la passione divampa irrefrenabile.

L’impressione è dunque di trovarsi nel bel mezzo di un romanzo hard boiled di Raymond Chandler, ma l’ambientazione non è Los Angeles o Pasadena, il detective non è Philip Marlowe, l’interprete non è Hunphrey Bogart né Robert Mitchum. Le immagini parlano del Cairo, e di un ufficiale della polizia di stato dal naso importante e dal nome inconfondibilmente arabo, Noreddin; il quale guida un’auto scassata e si arrangia al pari dei suoi colleghi a sfruttare un meccanismo marcio in cui le indagini prendono direzioni diverse a seconda del ruolo e della borsa dell’indagato. E questa volta i soldi sono una pietanza in grado di soddisfare l’appetito di Gargantua.

Il regista Tarik Saleh, di origine egiziana ma nato a Stoccolma nel 1972, è giornalista e animatore televisivo, e ora cineasta con alle spalle una produzione che riunisce Svezia, Danimarca e altri  paesi europei. L’attore protagonista si chiama Fares Fares, anche lui svedese a dispetto del nome; nato in Libano e già adocchiato dall’industria hollywoodiana. Ci troviamo dunque di fronte a un cinema mutante, con le radici da una parte e la testa dall’altra, abile nell’adattare i canoni immutabili del migliore genere noir a uno scenario umano e geografico inconsueto. Al centro una delle più leggendarie, antiche e popolose capitali del Nord Africa, ben lontana dalle attrattive dei depliant turistici, mostrata al contrario nel suo  aspetto più verosimile; edifici, scorci, strade, nomi degli alberghi (Hotel Nile Hilton), locali del vizio, fumerie d’oppio in cui stordirsi e magari svanire per sempre. I personaggi hanno costantemente la sigaretta fra le labbra, aspirata con una voluttà da noi proibita per legge, anzi annientata sotto il giogo dell’obbligo alla salute. Un presente che è già futuro per l’irrompere della tecnologia, telefonini, computer, antenne paraboliche inchiavardate sui tetti calcinati di sterminate bidonville. Assistiamo allo specchio potenziale del nostro continente, alla sovrapposizione di multi etnie alle quali ci stiamo rapidamente assuefacendo; un crogiuolo da cui siamo attratti e respinti in ugual misura: un torbido esotismo che ci appare fascinoso e sinistro insieme, ora buco nero di perdizione ora trasalimento di coscienza, a seconda della posizione ideologica o spirituale di ciascuno di noi. Scopriamo nuovi, o mai desueti, vivai di criminalità, di intrighi internazionali, di poliziotti accomodanti ma anche, alla bisogna, ferocemente sadici, capaci di torturare chi non canta subito e a comando. Servizi segreti fuori controllo con illimitata licenza di uccidere e di distruggere, con qualsiasi mezzo, a qualsiasi costo, ogni prova dei misfatti. Povero Giulio Regeni, dove eri andato a cacciarti con il tuo malriposto idealismo!

Il bravo Tarik Saleh, sotto il velo della detective story, e certamente favorito dalla nuova nazionalità, ci regala senza parere un quadro della sua nazione che risulta attendibile quanto inquietante. Sa scivolare così bene attraverso il plot, da condurci inavvertibilmente e  imprevedibilmente nel mezzo della cosiddetta “primavera araba”, quando migliaia di persone affollarono le piazze chiedendo democrazia e libertà, illusi di potercela fare. Ignari che dalle alte sfere stava giungendo l’ordine ai poliziotti di sparare a vista sulla folla, disseminando l’asfalto di morti ammazzati; con decine di cecchini appostati sui tetti a perpetrare la mattanza di sangue e di ideali.

Ed ecco che il gioco viene allo scoperto: un innocuo film di genere diventa sotto i nostri occhi cinema civile, racconto di dura denuncia, in grado di illustrare con sofferenza e incredulità il dolore autentico e privo di voce della popolazione inerme. Temi scottanti che il regista sa rimescolare con consumata abilità, tramite una scioltezza di linguaggio che calamita dallo schermo, una cinepresa mobile e mai invadente,  attori, comprimari, generici scelti con occhio esercitato. E un obiettivo così ‘prensile’ da catturare per noi le luci tremule di una città canicolare, immersa nel velo di polvere ambrata che ingoia i campi lunghi come una fata morgana; ma, allo stesso tempo, uno sguardo fedele nel  restituirci nei piani ravvicinati gli odori, l’adrenalina, l’insidioso alito delle droghe. Ci viene mostrato, a ciglio asciutto, il sembiante stesso della quotidianità, nella rassegnazione, nello stordimento, nella povertà remissiva e vorace. La pietà indugia sul terrore degli umili, sugli occhi umidi e sperduti delle donne prive di elementari diritti, sulla svendita di ogni più intimo valore, dalla dignità personale al pudore, dalla carne all’anima.

La bella faccia di Fares Fares, dal nasone prominente, il poliziotto protagonista intrappolato in un’esistenza corrosa e incancrenita dalla disonestà, è un volto che non si dimentica, un’icona dei nostri tempi.

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