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Il lavoro e la trappola del lusso

 

L’accordo raggiunto dai metalmeccanici tedeschi con le imprese del Baden-Wuerttemberg per 28 ore di lavoro a settimana invece di 35 ha richiamato l’attenzione di molti giornali. “La rivoluzione che invidiamo a Berlino”, titola la Repubblica. “Storico accordo”, Corriere della Sera e La Stampa. E quel sogno tradito di almeno quarant’anni fa, “lavorare meno per lavorare tutti”, si è riproposto con tanti punti interrogativi  anche in Italia fra le attese dei giovani e dei meno giovani, disoccupati e precari anzitutto. “La novità importante – commenta Susanna Camusso della CGIL – è anche il fatto che la flessibilità dell’orario viene vissuta in ragione delle esigenze dei lavoratori e non solo secondo quelle della produzione”. D’altronde è innegabile che il tema è imposto con sempre maggiore urgenza dall’utilizzo crescente della robotica, specie nelle grandi imprese. “Insomma – osserva nella sua nota quotidiana Massimo Marnetto – la direzione è questa, ma per l’Italia c’è ancora da superare un ritardo di innovazione, di istruzione e nella lotta ai nemici trasversali della democrazia economica: i furbi”.

Non si tratta soltanto di un ritardo. Perché in Italia, come e peggio che in altri paesi europei, abbiamo assistito negli scorsi decenni ad una vera aggressione al lavoro. E lo spiega con esemplare chiarezza il professor Luigi Ferrajoli, filosofo del diritto e allievo di Norberto Bobbio, nel suo “Manifesto per l’uguaglianza” (ed. Laterza). “L’aggressione è inaugurata nel 1984 dal governo Craxi, con il decreto-legge del 14 febbraio che tagliò 4 punti percentuali della scala mobile. E’ proseguita con la soppressione della scala mobile a seguito dell’intesa del 31 luglio 1992 tra il governo Amato e le parti sociali. Si è poi sviluppata con una lunga serie di misure che hanno trasformato radicalmente la natura del lavoro: l’abbandono del vecchio modello del rapporto di lavoro a tempo indeterminato in favore di una molteplicità di rapporti di lavoro – atipici, flessibili, intermittenti, saltuari, occasionali, a termine, a tempo parziale, in affitto, a progetto, di passaggio e perciò privi di garanzie; l’individualizzazione dei rapporti di lavoro, attraverso il capovolgimento della gerarchia delle fonti contrattuali, cioè la subordinazione della contrattazione collettiva nazionale alla contrattazione aziendale, e di questa alla contrattazione individuale che lascia il lavoratore solo davanti al datore di lavoro…..la definitiva soppressione, con il Jobs Act e l’abrogazione dell’articolo 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori, dell’ultima garanzia della stabilità perfino nel tradizionale rapporto di lavoro a tempo indeterminato, in contrasto, tra l’altro, con il “diritto alla tutela contro ogni licenziamento ingiustificato”, previsto dall’articolo 30 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea”.

La delocalizzazione aziendale, più ancora dell’immigrazione dai paesi poveri, ha ovviamente favorito – come ha scritto il noto giuslavorista Luciano Gallino – lo sfruttamento al ribasso di un lavoro considerato come merce, mettendo “in competizione tra loro, deliberatamente, il mezzo miliardo di lavoratori del mondo che hanno goduto per alcuni decenni di buoni salari e condizioni di lavoro, con un miliardo e mezzo di nuovi salariati che lavorano in condizioni orrende con salari miserabili” (Il lavoro non è una merce.Contro la flessibilità, Laterza, Roma-Bari 2009). “Non a caso, aggiunge a questo proposito Ferrajoli, “classe operaia” e “movimento operaio” sono oggi parole dimenticate, essendo state compromesse, dalla precarietà e dalla concorrenza coatta tra lavori-merce, la vecchia solidarietà di classe e la stessa soggettività politica dei lavoratori, fondate entrambe sull’uguaglianza nei diritti e nelle condizioni di lavoro e perciò sull’auto-rappresentazione del lavoratore come appartenente a una comunità di uguali. E non a caso, per effetto di questa disgregazione e disperazione e delle responsabilità delle sinistre, il voto operaio ha privilegiato in questi anni – e non solo in Italia – le diverse formazioni populiste rimanendo, di fatto, senza rappresentanza”.

Tuttavia, oltre a superare il ritardo e far cessare l’aggressione al lavoro, credo che per restituire a quest’ultimo la sua dignità vada superato anche il modello capitalistico di società che la rincorsa di produzione e consumi ha imposto in questi anni, con una involuzione che anche economisti e sociologi di prestigio dichiarano non più sostenibile. Chi ritiene scontato il progresso nella storia dell’umanità dovrebbe studiare meglio quest’ultima, fin dai suoi inizi. E la citazione più appropriata a questo riguardo è da un best seller di qualche anno fa, tradotto in più di trenta lingue, intitolato “Sapiens – Da animali a dèi” e scritto da Yuval Noah Harari, che insegna presso il dipartimento di Storia della Hebrew University di Gerusalemme. In un capitolo intitolato “La più grande impostura della storia”, Harari descrive con dovizia di argomenti il pessimo affare che fece l’homo sapiens passando dalla fase preistorica della caccia e della raccolta, durata 50mila anni,  alla “rivoluzione agricola” di circa diecimila anni fa. “Invece di annunciare una nuova era di agi, la rivoluzione agricola fece sì che gli agricoltori avessero un’esistenza generalmente più difficile e meno soddisfacente di quella dei cacciatori-raccoglitori. Questi ultimi passavano il loro tempo in modi più stimolanti e variati,  e correvano meno rischi di patire la fame e le malattie. La rivoluzione agricola certamente accrebbe la quantità totale di cibo a disposizione dell’umanità: ma questa nuova abbondanza non si tradusse in una dieta migliore o in una vita più comoda. Piuttosto, si tradusse in  esplosioni demografiche e nella creazione di élite viziate. L’agricoltore medio lavorava più duramente del cacciatore-raccoglitore medio, e inoltre aveva una dieta peggiore. La rivoluzione agricola fu la più grande impostura della storia”. E’ quella che lo studioso definisce “la trappola del lusso”. I lussi tendono a diventare necessità e a produrre nuovi obblighi, come quello, attualissimo, di lavorare come schiavi.

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