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Ostia, al X Municipio vincono i Cinque Stelle e con la Di Pillo parte anche la staffetta del consenso

 

Era stato Paolo Borsellino a dire che se la rivoluzione si fa nelle piazze, è nella cabina elettorale che si fa il cambiamento. Ad Ostia invece il cambiamento lo fa il silenzio. Se infatti al primo turno aveva votato solo il 36,15% dei cittadini aventi diritto (e già sembrava poco), al secondo turno in ballottaggio domenica 19 novembre ha votato il 33,6% degli avente diritto e questo significa che buona parte della popolazione è rimasto a casa. Su questo 33,6% la vincitrice candidata del Movimento 5 Stelle Giuliana Di Pillo ha guadagnato il 59,60%, una netta maggioranza sull’uscente dei Fratelli d’Italia Monica Picca. Maggioranza sì, in base però al forte astensionismo. “Votare il meno peggio”, questo è ancora lo slogan per chi scettico si reca alle urne.

Il male minore tra i due partiti è stato dunque scegliere il movimento di Grillo, nell’evidenza però che non sia il bene migliore, ma solo una scelta condivisa dal Sindaco di Roma Virginia Raggi, accorsa nella nottata di domenica nell’ufficio stampa della Di Pillo per festeggiare i risultati. D’altronde l’alternativa era dare ascolto a Picca, con i dubbi su dove sarebbero andare i voti di Casapound e Spada, oppure affidarsi a lei con la promessa che Ostia non sarebbe diventata una piccola Capitale sul mare. I cittadini alla fine, hanno scelto e quelli che non hanno votato si sono dovuti accontentare del risultato. Le ripercussioni sulla politica si sono viste immediatamente in un rapido botta e risposta tra le due fazioni politiche e Casapound. L’unico escluso, Roberto Spada, sullo sfondo del carcere di Tolmezzo.

Picca attacca Di Pillo insinuando che i voti di Marsella e degli Spada siano andati a finire nella cesta del partito per ovviare l’assenza dei voti cittadini. Non tarda ad arrivare la risposta della Di Pillo che, forte della sua vittoria, ribatte decisa di una caduta di stile della sua avversaria, “poco elegante e inopportuna”, perché se gli Spada fossero virati a destra sembrava chiaro che la scelta del cittadino dovesse propendere verso di loro o verso l’astensione, come è difatti accaduto. Tutto merito del fato dunque, tranne che per il leader di Casapound Luca Marsella (accaparrata la poltrona di neo consigliere) in evidente disaccordo con i risultati, sembra quasi non volerli considerare e su Facebook commenta così: “A vincere il ballottaggio a Ostia è il M5S, ma per la prima volta in municipio ci sarà un’opposizione vera che si chiama CasaPound. In quelle stanze porteremo la rabbia sacrosanta dei quartieri popolari, la voce di commercianti e imprenditori abbandonati, la realtà di un territorio oggi associato soltanto a mafia e malaffare (dal quale si sono subito dissociati, ndr.). Quel 9% (del primo turno, ndr.) è la vera vittoria e sarà l’unico vero cambiamento”. Cambiamento sì, lo stesso che aveva colpito (come una malattia, colpito prima di tutti dall’<Effetto Raggi> di cui si sente parlare da giorni) Roberto Spada che, immortalato dalle telecamere di Nemo un attimo prima dell’aggressione ai due giornalisti, aveva detto che avrebbe votato volentieri il Movimento 5 Stelle. Come scordare la reazione unanime di entrambe le parti candidate al X Municipio, nei giorni successivi, quando si discostarono dal feudo facendo rimbalzare da un campo all’altro i suoi voti.

Era stata proprio Virginia Raggi in chiusura della campagna elettorale, venerdì, a dire di non volere i voti degli Spada, per allontanare dal movimento qualsiasi ombra. Di nuovo cambiamento, il ballo dei partiti è di nuovo in atto forse anche in via delle elezioni nazionali che, senza previsione di slittamento dovrebbero avere luogo a marzo dell’anno prossimo. La staffetta del consenso, dove tutti sono pronti a dare il massimo, proprio in quel mafia marketing 2.0 capace di attirare sia il piccolo che il grande pubblico sotto la magia persuasiva, non del malaffare da cui tutti possono discostarsi e rientrare a piacimento, ma dalla “ripartizione della Demos” dopo lo scoperchiamento del vaso di Pandora, dove la base su cui sembra fondarsi tutto è poggiata sulla menzogna, quella a cui però è più facile credere, che la mafia non ci sia e che il vero manipolatore non sia al potere ma nel recinto, il giornalista, da querelare se possibile.

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