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Maschio predatore – La trasmissione di Formigli su Fausto Brizzi

 

Si attribuisce a Mae West la celeberrima battuta di dialogo in cui lei, avvertendo qualcosa di solido mentre balla molto stretta ad uno dei suoi ammiratori, gli domandava senza mezzi termini: «Hai una  pistola in tasca o sei semplicemente felice di vedermi?» («Is that a gun in your pocket, or are you just glad to see me?»). Altro spirito, altro umorismo. I nostri tempi ci regalano Fausto Brizzi, le sue presunte mascalzonate e il piagnisteo delle vittime uscite come timide lumachine dopo la pioggia a chiedere giustizia e vendetta. Sacrosanta se hanno subito affronti e abusi, ma da ottenere meglio con denuncia ai carabinieri invece che attraverso tardive querimonie mediatiche da rincorsa al picco di ascolti. Il confessionale informatico crea molto più rumore, si arriva prima alle sentenze sommarie, e inoltre non c’è l’incertezza dei tribunali, con la loro cronica lentezza da porto delle nebbie, da romanzo kafkiano.  Ho guardato in streaming la puntata di Piazza Pulita in cui veniva affrontato lo spinoso problema delle molestie sessuali nel mondo dello spettacolo. Veniva riproposto il servizio delle Jene, a cura di Dino Giarrusso, presente in studio, in cui sette giovani attrici, alcune con il volto velato, riferivano delle aggressioni subite da parte del regista di “ Notte prima degli esami”, oggi quasi cinquantenne, sposato con un’attrice e padre di una bambina. Partiamo dalla trasmissione che Corrado Formigli orienta volentieri, quando il tema lo consente, verso lo psicodramma. Giovedì scorso la teatralizzazione era palese, grazie in particolare a Dino Giarrusso, il quale assomiglia a Stefano Satta Flores, l’intellettuale della Magna Grecia di “C’eravamo tanto amati”: la stessa veemenza retorica, una simile fluviale facondia, a stento arginata dal conduttore, e un piglio tragico da Savonarola che, cuore in mano e fiamme sulle labbra, minaccia i tormenti dell’inferno. Neppure l’ombra di un sorriso, e un climax in progressione che tocca il suo apice quando il reporter confessa che, tornato in redazione dopo aver raccolto le testimonianze delle malcapitate, si siede alla scrivania, si slaccia la cravatta e scoppia a piangere. Primi piani carichi di pathos delle giovani donne sparse nel pubblico che, in penombra, fremono di sdegno. Alessandro Sallusti che nella consueta compagnia di giro interpreta la voce fuori dal coro, altrimenti il tedio del pensiero unico sarebbe letale, in un suo breve intervento asseriva testualmente a proposito delle libertà che i registi si prendono con le ragazze: “Ma attenzione non è oggi. Quello che viene contestato a Brizzi lo si può tranquillamente contestare a Pasolini, a Luchino Visconti, e financo al mito nazionale, cioè Fellini che era noto perché toccava il culo a tutte le attrici”.

Anche Simona Izzo, in un altro programma e con tono divertito, sembra abbia rievocato le sculacciatine di Fellini quando passava nei corridoi delle moviole. Il quale alla sua sorpresa avrebbe replicato: “Vedrai, col tempo varranno oro!”.

Un direttore della fotografia mi raccontava che Vittorio De Sica, arrivando la mattina sul set, per prima cosa abbracciava e baciava la procace Sofia Loren palpeggiandole le grazie posteriori: “Tocca Vittò, tocca, – gorgogliava lei – che ci porta bene!”  Pasolini, dotato di una speciale vitalità, a volte interrompeva le riprese per appartarsi rapidamente, sia pure dietro un cespuglio, con qualcuno dei ragazzi che bazzicava il set in cerca di fortuna.  Roberto Rossellini che notoriamente soffriva di forti emicranie da astinenza se non lo faceva almeno una volta al giorno, a dire del suo operatore Aldo Tonti si accontentava se necessario delle maestranze senza distinzione fra sarte, costumiste e truccatrici. Luchino Visconti, detto il Conte nel mondo della celluloide, convocava gli attori prediletti alle nove di sera nel suo palazzetto al n. 366 di Via Salaria, per ripassare la parte. Non sono dicerie, lo rivela Giorgio Albertazzi in una famosa intervista in cui ammetteva per sé lo stesso trattamento artistico. Ma anche attori di chiara fama esercitavano sulle colleghe una sorta si jus primae noctis. Leopoldo Trieste, al termine di una produzione piuttosto eccitante,  aveva letteralmente sequestrato, chiudendola a chiave per tre giorni in un suo pied-à-terre sulla via Tiburtina, la bellissima Michèlle Mercier, sensuale Angelica Marchesa degli Angeli, impedendole di ripartire per la Francia. In un altro film aveva ottenuto le delizie di una giovane promessa bussandole in camera di notte e infilando lestamente non il piede ma un’altra parte anatomica tra lo stipite e la  porta prima che si richiudesse. La sciagurata rispose. François Truffaut in “Effetto Notte” mette in atto la seduzione della protagonista (nella finzione l’incantevole Jacqueline Bisset) da parte di Jean-Pierre Léaud, suo alter ego sulla scena.

Qualcosa di più piccante? Nella poderosa opera in tre volumi Cinecittà Anni Trenta, Francesco Savio (Pavolini) raccoglie al registratore le confidenze di Tino Scotti e Aldo Fabrizi specializzati in  “provini alla francese”. Non sapete cosa sono? Un’invenzione originale presto molto emulata.  I due compari affittavano una stanza in un lussuoso albergo di Via Veneto dove convocavano le candidate. Una alla volta le facevano spogliare davanti alla cinepresa, in cui però non c’era pellicola, fingendo a turno di essere l’operatore o l’attore, tanto per non restare solo a guardare. Le madri delle ragazze, se c’erano, aspettavano fuori della porta per non  intralciare la spontaneità delle future dive. Ma quando erano piacenti venivano provinate anche loro.

Vogliamo passare ai produttori? Sia sufficiente un solo esempio, ma di rango; alla Goldwin Mayer negli anni d’oro del cinema americano, i provini per le attrici venivano sbrigativamente chiamati The Goldwin couch (il divano di Goldwin). Weinstein? Un dilettante in confronto. Avete mai letto Hollywood Babilonia di Kenneth Anger? No? Meglio buttarci un’occhiata, su Marylin Monroe, per esempio se ne apprendono delle belle.

E cos’altro racconta Francis Scott Fitzgerald nel meraviglioso romanzo Gli ultimi fuochi (The last tycoon), portato mirabilmente sullo schermo da Elia Kazan?

Del resto le attrici non sono altro che l’aggiornamento delle modelle dei pittori. Posando nude per ore davanti ai loro pigmalioni che cosa volete che succedesse? Senza andare troppo indietro negli anni, provate a informarvi su ciò che le dame dell’alta società mormoravano sul sofisticato Giovanni Boldini, che non era di certo un bell’uomo, ma neppure un nano deforme come Toulouse Lautrec, il quale pure lo batteva di molte lunghezze. Direte: a  Montmartre erano ragazze povere, avevano bisogno di lavorare. E chi lo nega. Aggiungerete: l’essenziale è che lo facessero di propria spontanea volontà, senza coercizione. E chi lo sa. Avete mai letto “Il delta di venere” di Anaïs Nin? O i famosi Tropici del suo amante Henry Miller, sugli atelier artistici di Parigi?

Bisogna risalire assai indietro nel tempo per giustificare un tale atteggiamento di sopraffazione. Gli antichi romani, credo per bocca del poeta Ovidio nell’Ars amandi, avevano inventato la formula “vis grata puellae”, la ragazza prova piacere ad essere un po’ forzata; talvolta si rende necessario esercitare una certa pressione. Un modo di pensare inammissibile in una società moderna. Eppure guardate cosa scriveva il 1° agosto (13 Termidoro)  il divino Stendhal all’amico Percheron:

“Come tanti altri, mi trovo in imbarazzo quando debbo penetrare per la prima volta una donna perbene. Ecco un sistema semplicissimo. Senza che se ne accorga, mettetele il braccio sinistro contro il collo, sotto il mento, come per soffocarla, e vedrete che lei farà il gesto istintivo di portarvi la mano. A quel punto, stringete l’uccello fra l’indice e il pollice della mano destra e ficcatelo tranquillamente dentro. Basta un po’ di sangue freddo, e il risultato è infallibile. Occorre però dissimulare il movimento decisivo del braccio sinistro con qualche moina.”

Basta, s’è detto troppo e troppo poco. E’ impossibile affrontare nel giro di un articolo o di una chiacchiera da studio TV un argomento tanto delicato, complesso, sfuggente, e mai così nevralgico come in questa nostra epoca di transizione. Si dicono inevitabilmente banalità. Come la favola di Fellini che toccava il culo alle attrici. Il gioco di Federico con il sesso, poeticamente raccontato nel suo cinema, non  sfiorava mai, neppure per scherzo o per errore, una qualsiasi forma di sopruso. Ogni suo gesto nasceva nel segno del gioco e della complicità. Le donne ne subivano il fascino, ne ammiravano il genio. Si proponevano. Qualcuna arrivava a chiedere di poter trascorrere una notte con lui nel tentativo di procreare un suo figlio; quando ancora non esistevano le banche del seme, o non erano così diffuse come oggi, specialmente in America. Riguardate La città delle donne per capire quale fosse l’amore di Federico per l’eterno femminino e comprenderete come certe sbrigative asserzioni servono soltanto a confondere le idee. In un momento in cui abbiamo bisogno di tutto fuorché di confusione se vogliamo salvare ciò che resta di ineffabile nel rapporto tra l’uomo e la donna.

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