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Contratto di servizio Rai. La relazione di Articolo21

 

Il 17 ottobre, una delegazione di Articolo 21 composta da Paolo Borrometi, Elisa Marincola e Renato Parascandolo è stata audita dalla Commissione di Vigilanza Rai che sta esaminando il testo del Contratto di servizio che definisce la mission, gli impegni e gli obblighi del servizio pubblico per i prossimi cinque anni. La Commissione ha trenta giorni di tempo per proporre emendamenti – non vincolanti – allo schema di contratto concordato tra la Rai e il Ministero dello Sviluppo Economico. Quello che segue è il testo della relazione svolta da Articolo 21.

Articolo 21 ha seguito il dibattito sul rinnovo della Concessione a partire dalla fine del 2013, quindi tre anni prima della scadenza, organizzando una consultazione pubblica rivolta agli studenti ai quali è stato chiesto di riscrivere la carta d’identità della Rai, cioè la mission del servizio pubblico, in non più di dieci righe. L’esito di quella consultazione è stato inoltrato alle più alte cariche istituzionali e a questa Commissione trovando una larga rispondenza nel testo della Convenzione. Inoltre, in questi anni, Articolo 21 si è fatto promotore di numerosi confronti tra i vertici del servizio pubblico, i membri della Vigilanza, le associazioni culturali e gli organismi sindacali.

Diciamo subito che il nostro giudizio sull’insieme del contratto di servizio è sostanzialmente positivo. Con la sua approvazione si conclude, infatti, un percorso istituzionale che assicura alla Rai l’esclusiva del servizio pubblico e una missione civile e culturale delineata in termini chiari e distinti. Questo percorso si era presentato denso di ombre: dai ministri che si proponevano di mettere a gara il servizio pubblico oppure di “spacchettare” il canone attribuendone quote ai privati, fino al tentativo di mortificare la natura d’impresa della Rai inquadrandola nel perimetro della Pubblica Amministrazione. Questi tentativi di radicale ridimensionamento del servizio pubblico, molto più seri di quanto si pensi, sono stati sventati e ci conforta in tal senso il testo del Contratto di servizio che si presenta in linea con la Concessione, seppure presenti delle criticità che esporremo brevemente di seguito augurandoci che possano contribuire alla discussione che la Commissione si appresta ad affrontare.

Di rilevante interesse il punto 20 dell’articolo 23 che impegna la Rai a presentare al Ministero entro sei mesi un piano industriale che preveda, tra l’altro, la definizione di un “coerente” modello organizzativo. Il termine “coerente” è evidentemente riferito alla congruità interna al modello stesso. Un impegno di non poco conto, se si pensa che dal 1975 tutti i mutamenti avvenuti nell’organizzazione aziendale si sono distinti per estemporaneità e improvvisazione generando una sorta di stratificazione geologica in cui pezzi di azienda si sono venuti sovrapponendo ad altri in maniera del tutto accidentale e incoerente. È, ad esempio, stupefacente, per la sua incongruità, l’attuale organizzazione dell’azienda per mezzi di comunicazione: radio, televisione, web, televideo; oltretutto disaggregati al loro interno. Non si comprende, infatti, perché un’impresa che produce contenuti, debba essere organizzata per media e non per generi (fiction, informazione, sport, intrattenimento, cultura). Né tanto meno ci si può illudere che la multimedialità nasca dalla giustapposizione di tante monomedialità simili alle monadi di Leibniz. Tra le tante strutture costrette a navigare a vista, le più obsolete e, soprattutto, le più anacronistiche, sono le reti televisive. Come si può pensare, infatti, che strutture di programmazione di piccolo cabotaggio come quelle delle reti, possano svolgere anche un ruolo ideativo e produttivo in grado di competere con colossi multinazionali, altamente specializzati nei programmi d’intrattenimento? La creazione di nuovi format richiede grandi investimenti e creatività; e le reti non possono far altro che acquistarli – piuttosto che idearli e produrli – con la conseguenza di omologare sempre più l’offerta di servizio pubblico a quella delle Tv commerciali.

E’, inoltre, rilevante che la riforma del modello organizzativo sia abbinata alla realizzazione di un piano editoriale e di un piano informativo (punto 21, articolo 23). Quest’abbinamento nasce evidentemente dalla consapevolezza che, al di là delle competenze professionali, il perseguimento di determinate finalità editoriali è reso possibile solo da un modello produttivo pensato appositamente per quelle finalità. Le grandi aziende – e in particolare gli apparati della comunicazione – non sono autobus la cui direzione di marcia è nelle mani di chi le conduce; piuttosto le si potrebbe paragonare ai tram; se insieme al ma­novratore non si cambia anche il tracciato delle rotaie, si potrà variare la velocità o il numero delle fermate, ma il percorso rimarrà sempre lo stesso. Parafrasando l’affermazione di Mc Luhan, si potrebbe dire che “l’organizzazione del medium è il messaggio”.

Un’ulteriore annotazione riguardo al piano industriale: fermo restando il vincolo di legge che determina l’importo del canone su base annuale, sarebbe auspicabile prevedere nel Contratto di servizio quanto meno una procedura che dia certezza delle risorse nel medio periodo, in modo da consentire una pianificazione industriale ed editoriale organica e non contingente.

Un’ultima riflessione riguarda l’Articolo 6, dedicato all’informazione.

Qui dobbiamo rilevare una visione riduttiva del giornalista del servizio pubblico. L’articolo si concentra giustamente sui canoni d’imparzialità e “apertura alle diverse formazioni politiche al fine di assicurare un contraddittorio adeguato, effettivo e leale” ma, al tempo stesso, trascura il compito più ragguardevole del lavoro giornalistico: essere fonte primaria delle notizie, essere là dove i fatti accadono, nelle realtà sociali con le loro dinamiche e le loro contraddizioni, non solo per documentarli ma anche per dare la parola alle vittime e ai protagonisti di quel “mondo della vita” di cui parla Habermas in opposizione a un “sistema” composto di apparati di potere distaccati e autoreferenziali. Leggendo l’articolo 6 si ha l’impressione che il pluralismo che conta sia solo quello interno all’azienda e comunque circoscritto agli ospiti e alle rappresentanze politiche, un pluralismo inteso a disciplinare soprattutto i talk show politici, passerelle di opinione che inverano l’aforisma di Nietzsche secondo cui non esistono fatti ma solo interpretazioni.

A questo proposito vale ricordare che la Riforma della Rai del 1975 riconobbe al pluralismo esterno, alla sua ricchezza e articolazione, un ampio diritto di accesso secondo varie modalità: prima fra tutte, l’inchiesta giornalistica.

In quegli anni nacquero nuclei ideativo-produttivi (NIP) composti di giornalisti, operatori, fonici e montatori che lavoravano come task force in stretta collaborazione con i protagonisti delle realtà sociali. Tuttavia, dalla metà degli anni ottanta l’inchiesta è andata via via scomparendo dai palinsesti, soppiantata da programmi di cosiddetta “cronaca in diretta”: cronaca nera e cronaca rosa. Solo alla fine degli anni novanta, grazie a un grande giornalista, Roberto Morrione, fondatore di Rainews 24, il giornalismo investigativo d’inchiesta riacquistò, almeno in parte, un suo diritto di cittadinanza (basti ricordare l’eco mondiale che ebbe l’inchiesta “Falluja, la strage nascosta” sull’uso del fosforo bianco nella seconda guerra del Golfo).

La ricerca della verità, la ricostruzione di vicende protette da muri di omertà, minacce fisiche e psicologiche, intimidazioni e liti temerarie richiedono ormai un modello collegiale di giornalismo che non può più confidare sul coraggio del singolo redattore che mette a repentaglio la propria vita. (Ne sa qualcosa Paolo Borrometi, che da anni vive sotto scorta per le inchieste che conduce in Sicilia).

Nasce da queste riflessioni la proposta d’integrare l’articolo 6 con un comma che impegni la Rai a creare una task force di redattori specializzati nel giornalismo investigativo e d’inchiesta sociale, orientato a illuminare quelle numerose realtà che non godendo di alcuna rappresentatività politica né mediatica sono condannate al silenzio. D’altronde è proprio sull’Articolo 21 – che garantisce a tutti la libertà d’espressione – che si fonda la legittimità del servizio pubblico.

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