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BENCHELAH (UNESCO): LA SICUREZZA DEI GIORNALISTI E IL PROBLEMA DELL’IMPUNITÀ

 

La libertà di informazione e una delle condizioni fondamentali  diritti e anche condizioni per sviluppo sostenibile, pace, accesso alla giustizia, lotta alla corruzione, trasparenza istituzioni

“L’UNESCO considera l’accesso all’informazione e le libertà fondamentali non solo diritti in se stessi, ma anche mezzi per raggiungere altri obiettivi”: la promozione di società pacifiche ed inclusive, lo sviluppo sostenibile, l’accesso universale alla giustizia, la lotta alla corruzione e istituzioni responsabili ed efficaci. Lo ha spiegato durante il corso di formazione per giornalisti “Allarme Roma”, il 30 ottobre alla FNSI (Roma), Mehdi Benchelah, Responsabile Progetto nel settore informazione dell’Unesco.

Benchelah ha ricordato che il diritto all’informazione è uno degli obiettivi indicati dal Piano di Azione dell’Onu per lo sviluppo sostenibile.

Illustrando i compiti e gli scopi dell’agenzia ONU nell’ambito dell’informazione e dei media, Benchelah ha mostrato i dati UNESCO sugli attacchi ai giornalisti nel mondo e il livello di impunità degli stessi. Intimidazioni, molestie (tra cui quelle sessuali), tortura, detenzione arbitraria, sparizione forzata, rapimento, uccisioni le tipologie di classificazione considerate.

Nel 2012, ha proseguito, “è stato approvato il Piano di azione ONU per la sicurezza dei giornalisti e la lotta all’impunità, con lo scopo di creare un ambiente libero e sicuro per i giornalisti ed i professionisti dell’informazione, sia in situazioni di conflitto armato che di pace, ed anche con l’obiettivo di rafforzare la pace, la democrazia e lo sviluppo su scala mondiale. Fra gli strumenti utilizzati ci sono l’attività di sensibilizzazione, la creazione di standard, il  monitoraggio e la ricerca accademica”.

UCCISIONI – Negli ultimi dieci anni, ha proseguito Benchelah, “in media è stato ucciso un giornalista ogni quattro giorni, e in più di nove casi su dieci gli assassini sono rimasti impuniti”. Il messaggio che gli assassini vogliono mandare, ha spiegato, “si indirizza ai giornalisti e alla società intera: se parlerete, morirete. Essi vogliono incutere timore nella società, instaurare la paura di esprimere e condividere opinioni, idee e informazioni, per essere in grado di regnare sulla società nel modo che preferiscono”.

Tra il 2006 e il 2016, secondo i dati UNESCO, hanno perso la vita 930 giornalisti, e solo il 10% di questi casi sono stati risolti. Tuttavia con notevoli differenze fra le varie aree del mondo: se in Europa occidentale e Nord America è stato risolto il 50% dei casi, per l’Europa centrale e orientale la percentuale scende al 42%. Molto meno soddisfacente la situazione altrove: in America Latina e Caraibi il dato crolla al 15%; 13% in Africa, 6% in Asia e Pacifico e 2% negli Stati arabi.

Positivo però il fatto che “il numero di risposte inviate dagli Stati membri alla Direttrice-generale dell’UNESCO, a seguito delle richieste di informazione sull’iter giudiziario dei processi per le uccisioni di giornalisti, è in costante aumento: dal 27% nel 2014, la percentuale di risposta è salita fino a 65% nel 2016 ed è arrivata a 74% nel 2017”.

Nel 2016, ha aggiunto Benchelah, è stato approvata una risoluzione del Consiglio per i diritti umani “che ha proposto provvedimenti che possono essere sviluppati ed implementati dagli Stati per combattere l’impunità: la creazione di unità investigative speciali e commissioni indipendenti; la nomina di pubblici ministeri specializzati; l’adozione di protocolli specifici e metodi di indagine e accusa; la formazione specifica di pubblici ministeri e giudici sulla sicurezza dei giornalisti”.

MF

Da ossigenoinformazione

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