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Loving Vincent, tra cinema e pittura

 

Definirlo un film sarebbe riduttivo. Loving Vincent, lavoro diretto da Dorota Kobiela e Hugh Welchman, è molto di più: l’opera rappresenta la fusione perfetta tra cinema e pittura, oltre che uno straordinario omaggio al maestro post-impressionista (di tendenza espressionista) Vincent Van Gogh.

Premio del pubblico del Festival di Annecy, il lungometraggio – che ha visto la luce dopo 6 intensi anni di lavoro – è stato dapprima recitato da attori in carne ed ossa, e poi interamente dipinto, in ogni singolo frammento, da una squadra di 125 artisti, che hanno riprodotto su tela ciascuna delle sessantacinque mila inquadrature.

Un lavoro straordinario, nella mole e nel risultato. Un’opera unica, che racconta Van Gogh attraverso i suoi dipinti, capaci di prendere vita. Da questo curioso esperimento audiovisivo, nelle sale solo per tre giorni – 16,17 e 18 ottobre – Van Gogh emerge come un genio, un visionario, ma anche un malato, un folle. La storia ruota attorno alla consegna di una lettera. E’ la Francia del 1891, pochi mesi dopo che il grande pittore si è tolto la vita. Armand Roulin, un giovane inconcludente, su indicazione del padre Joseph, postino del paese legato a Vincent da una grande amicizia, deve recarsi a Parigi per la consegna a mano di una lettera indirizzata a Theo Van Gogh, fratello del pittore. Armand parte svogliatamente, non comprendendo l’amicizia che legava il padre ad uno straniero folle che prima si è tagliato un orecchio e poi è stato internato in manicomio della zona. Giunto a Parigi e scoperto che anche Theo è morto, Armand proseguirà il viaggio sulle tracce di Van Gogh incontrando prima il venditore di colori Père Tanguy, e poi chiedendo un appuntamento al dottor Paul Gachet, medico che si occupò di Van Gogh nei suoi ultimi mesi di vita. E nel mentre emergono altri personaggi con cui il grande artista olandese entrò in contatto negli ultimi mesi: la figlia dei Ravoux,  proprietari della locanda dove Van Gogh morì, il barcaiolo del fiume dove Vincent si recava spesso con la sua tela, la domestica e la figlia del dottore. Un racconto noir, quasi un giallo che sembra chiedersi se la morte di Van Gogh sia stata davvero un suicidio piuttosto che un omicidio. Decisamente convincente.

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