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Libertà dalle religioni e democrazia liberale

 
di Claudia Lopedote (Fondazione Critica liberale, co-dirige “Gli Stati Uniti d’Europa”, supplemento della rivista “Critica liberale”)

A luglio Londra ha ospitato la Conferenza internazionale sulla libertà di coscienza e di espressione, cui hanno preso parte molti ex musulmani che si battono per la “libertà dalla religione” di chi non crede o non crede più. E soprattutto per il diritto di esprimere liberamente opinioni e critiche nei confronti di qualsiasi religione.

C’è uno tsunami di libertà e di ateismo che sfida il fondamentalismo religioso, specialmente l’islamismo. Internet sta facendo all’islam quello che la stampa ha fatto al cristianesimo.
“Declaration of Freethinkers”, Secular Conference

Ad agosto è stato diffuso il Rapporto della Commissione per la libertà religiosa del Dipartimento di Stato americano (Uscirf) dedicato al reato di blasfemia: “Respecting Rights? Measuring the World’s Blasphemy Laws”. Sono 71 gli Stati nel mondo che hanno, almeno sulla carta, una legislazione anti blasfemia.

In tempi di difficili equilibrismi – tra la paura e la diffidenza suscitate dal terrore islamista, e la buona volontà della coscienza democratica che spinge a non fare di tutta l’erba un fascio e a non rinunciare ai principi fondativi anche nei confronti di chi li rigetta – questo Report ci ricorda che la libertà religiosa non è soltanto la libertà di credere. È, anche e soprattutto, la libertà di non credere affatto, e di poterlo affermare a mezzo della critica, della satira, dell’esercizio di tutti gli strumenti della libertà di espressione, senza temerne le conseguenze (stabilite o meno dalla legge).

Quanto il dibattito sul tema sia aperto lo dicono vari eventi: dalle vignette di Charlie Hebdo alla recente censura del biologo evoluzionista Richard Dawkins da parte della radio californiana Kpfa per “abusive speech against Islam” (su richarddawkins.net si può leggere la lettera aperta di replica di Dawkins). In Ontario, è stata approvata all’unanimità una mozione, su proposta liberale, per una legge che proibisca l’islamofobia; mesi prima, lo aveva fatto il Parlamento nazionale canadese. In Danimarca, a distanza di 50 anni dall’ultimo caso, si sta svolgendo un processo per blasfemia a carico di un cittadino che ha bruciato una copia del Corano. In Italia, il giornalista Filippo Facci, per decisione dell’Ordine, è stato sospeso per due mesi dalla professione per aver insultato l’islam.

Statistiche alla mano, dice il Report, i sei Paesi con le peggiori leggi anti blasfemia sono a maggioranza musulmana: in alcuni casi (Iran e Pakistan) prevedono esplicitamente la pena di morte (in altri, de facto: Arabia Saudita, Afghanistan, Eritrea); non fanno differenza tra ambito pubblico e privato di espressione delle opinioni contrarie all’islam; non specificano se il reato si configura quando vi è un’intenzione chiara o in tutti i casi di esercizio della libertà di espressione. E, da ultimo, la blasfemia assurge a potente strumento di lotta politica in tutti i Paesi con conflitti etnici e contesti politicamente instabili, dove diventa una leva che il Governo adopera in favore della maggioranza musulmana come captatio benevolentiae, per silenziare il dissenso: Egitto; Turchia; Bangladesh, dove si parla di una vera e propria economia del fondamentalismo islamico (si veda Abul Barkat, Political Economy of Fundamentalism in Bangladesh), con milioni di dollari investiti in settori ed organizzazioni islamiste anche da Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Kuwait e Qatar. Nonché la Polonia, dove la proposta bigotta cattolica di vietare l’aborto ha però incontrato ben altri anticorpi, quelli della democrazia moderna con i geni dell’Illuminismo.

Ascoltare la testimonianza, ad esempio, di Zehra Pala, presidente dell’associazione degli atei in Turchia, rende l’idea di come i numeri della demografia siano diventati in poco tempo brutali rapporti di forza grazie all’autoritarismo politico in cerca di una base solida per un consenso altrimenti vacillante. Si tratta di un fenomeno di istituzionalizzazione delle religioni (come lo definisce Elham Manea, attivista yemenita) che dona nuovo vigore alle istanze radicali da sempre presenti, ma non egemoni, nelle società musulmane.

Questa descrizione, in apparenza banale, immette la riflessione su un piano trascurato quando si confrontano le opinioni su ciò che è tollerabile nell’incontro tra religioni e spazio pubblico e privato delle società democratiche. In quanto l’intolleranza religiosa va intesa non soltanto come “verso la religione” (islamofobia), ma anche e soprattutto “da parte della religione stessa” (blasfemia, apostasia, secolarismo, etc.).
È stato questo il tema della imponente International Conference on Freedom of Conscience and Expression (22-24 luglio 2017), che ha riunito a Londra gli ex musulmani a vario titolo coinvolti nella difesa del diritto di non credere (più).

Il diritto di “abiurare”, anche per i musulmani
Nei due giorni di discussione, il tema della libertà dalla religione di chi non crede o non crede più è stato squadernato attraverso molteplici testimonianze, terrificanti per la drammaticità dei vissuti (i racconti e le foto del massacro dello scrittore ed attivista laico Avjit Roy, a Dacca, nelle parole della moglie Rafida Ahmed Banya che gli era accanto), che hanno declinato con forza la condizione di ex musulmani in chiave di diritti universali dell’umanità, incompatibili con le tutele rafforzate invocate e sempre più spesso concesse in Europa alle comunità religiose che si sentono oltraggiate dalle opinioni dissenzienti. Oltraggio rinominato blasfemia, apostasia, linguaggio dell’odio, islamofobia. Persino in Norvegia, il 41% dei musulmani ritiene che la blasfemia debba essere considerata un reato e, per il 7%, punibile con la pena di morte.

Vista dal punto di vista degli ex musulmani, la questione assume toni differenti, in quanto evidenzia come il tema sia centrale per il rapporto tra islam e musulmani, prima ancora che con le società europee. Non è un caso la scelta di identificarsi – in tale battaglia – come ex musulmani, quindi indipendentemente dalle convinzioni politiche o di altra natura, per evidenziare l’intento comune oppositivo nei confronti di un’idea imposta e che non contempla la possibilità di opting out, rigettando l’etichetta di “islamofobia” usata dagli islamisti come arma per chi rigetta il bigottismo religioso (“muslim bigotry”).

Ecco perché la codificazione normativa del concetto di islamofobia a limitazione dell’espressione di opinioni verso la religione costituisce un nuovo versante, pericoloso, delle «promesse non mantenute della democrazia», ed è quello di chi alla democrazia moderna guarda, da vicino e da lontano, quale garanzia di diritti universali e non scalari.

Il politicamente corretto come categoria politica regressiva
Non è stata tenera la critica degli ex musulmani alla cautela se non addirittura rinuncia delle democrazie europee, “value-neutral” solo nelle Carte costituzionali, a dare sostanza al secolarismo come diritto umano (invocato dal giornalista Tasneem Khalil, vittima di tortura in Bangladesh), contro ogni identity politics. La libertà di critica delle idee, tutte le idee, anche religiose, non può coincidere con la sicurezza degli individui, che è universalmente riconosciuta, indipendentemente dalla religione, dalle idee e dall’etnia. Altrimenti, se ne fa l’uso sbagliato di cui diceva Christopher Hitchens: «Islamophobia, a word created by fascists, used by cowards, to manipulate morons» («L’islamofobia è una parola creata dai fascisti e utilizzata dai vigliacchi per manipolare gli imbecilli»), per indicarne l’uso censorio del diritto di criticare le idee, invece che di tutela dell’integrità e delle libertà degli individui.

Sul banco degli imputati: la sinistra come esecutrice, attraverso l’uso sistematico del “politicamente corretto” come categoria politica; e i liberali, cedevoli per mancanza di prove.
Il noto attivista per i diritti umani Peter Tatchell ha contribuito alla riflessione sull’atteggiamento imputato alla sinistra che impersona una politica di “realismo tragico”, preoccupata dei temi della sicurezza e dell’iperpluralismo più che dei diritti umani, e per questo incapace di confrontarsi con le sfide democratiche. L’appoggio a legislazioni di divieto assoluto di critica alle religioni, passato come bilanciamento inter-rights, produce un tabù sociale. Come se per certe comunità i diritti umani non valessero o quantomeno non al di sopra delle tutele di culto, in una torsione dei principi democratici moderni che si applicano de plano all’Occidente e sono invece tarati e scalari per i Paesi musulmani o per chi proviene da quella cultura e religione, anche quando ne è vittima.

Così facendo, la sinistra agli occhi di tanti si caratterizza come regressiva, in quanto lascia alle destre il dominio della critica delle idee religiose (in chiave, quasi sempre, xenofoba, e non anti-bigotta), e intanto applica un doppio standard dei diritti e delle tutele, fino ad un vero e proprio relativismo, per cui lo Stato garantisce alla religione una tutela che non è concessa a nessun’altra sensibilità morale (Nina Sankari), riconducendo la liceità di un’opinione al grado di accettabilità e tolleranza da parte di chi ha un sentimento religioso.

La manipolazione delle libertà per mezzo del “politicamente corretto” porta all’impossibilità di distinguere tra concezioni “ragionevoli” ed “irragionevoli” di pluralismo compatibili con la democrazia, e produce effetti in due direzioni: a detrimento della libertà di criticare le idee da parte della propria società; ad indebolimento dell’ideale democratico nell’opera di promozione e tutela dei diritti dell’uomo oltre i confini. Contribuendo ad alimentare la spirale del silenzio da parte di chi già è una minoranza senza libertà, etichettata come “offensiva” contro la religione, la nazione, la tradizione o la cultura: “fondamentalisti laici”, “islamofobici”, assassinati, costretti ad emigrare o nascondersi, sottoposti a trattamenti psichiatrici, esorcismi, abusi, additati come causa stessa della violenza.

(Consigli di visione: Islam’s Non-Believers della documentarista norvegese Deeyah Khan).

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