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Addio Giorgio Pressburger, migrante ante litteram, anima ebraica di Trieste

 

Lo scrittore Giorgio Pressburger è morto stanotte a Trieste, città di cui diceva: “in fondo somiglia a Budapest per la sua architettura e per una certa atmosfera, è una città di multilinguismo. Ma io non ho mai avuto il problema dell’identità, di appartenere a un certo gruppo umano, o a un altro. Nei luoghi e nelle città mi sono sempre calato a fondo, senza pormi troppi problemi di appartenenza”.

Scrittore, ma anche regista e drammaturgo, anima ebraica della cultura triestina, era nato a Budapest nel 1937, da genitori ebrei. Un’origine che ha condizionato la sua vita, passata attraverso eventi storici che lo hanno fortemente segnato. La sua famiglia riuscì a salvarsi dai campi di sterminio nazisti, ma visse il terribile assedio di Budapest del 1944. Giorgio si rifugiò nei sotterranei della sinagoga, con la sorella e il fratello gemello Nicola, scomparso nell’86, assieme a un rabbino e ad altri cinquanta bambini ebrei che vennero poi liberati dai russi. Ma nel ‘56, con l’arrivo dei carri armati sovietici, l’intera famiglia lasciò l’Ungheria, riuscendo ad arrivare fortunosamente a Roma. Esperienze drammatiche, che hanno lasciato un segno profondo nei racconti e romanzi di Pressburger.
E poi Trieste, “città letteraria sotto la bruma dei ricordi”, in cui ha vissuto metà della sua vita. Trieste che il 21 aprile scorso, nel giorno dell’ottantesimo compleanno, gli ha dedicato un affettuoso omaggio, intitolato “Attimo fermati, sei bello”, un dialogo intorno a undici temi legati della sua vita e alla sua carriera. Ovvero: amicizia, amore, biologia, cinema, destino, esilio, letteratura, pianoforte, scacchi, teatro e Trieste.

Del 1981 il suo primo film “Calderon”, dal testo teatrale di Pier Paolo Pasolini. Ideatore e direttore artistico dal 1991 al 2003 del Mittelfest, che si svolge a Cividale del Friuli, ha ideato per la Rai nel 1993 un ciclo di sedici opere musicali commissionate ad altrettanti compositori italiani dell’ultima generazione. È stato assessore alla Cultura del Comune di Spoleto dal 1995 al 1998, anno in cui vinse il Premio Viareggio con la raccolta di racconti “La neve e la colpa”. Dal 1998 al 2002 è stato direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Budapest. Nel 2013 uscì il documentario su di lui “Messaggio per il secolo”, prodotto e diretto da Mauro Caputo; nel 2014 da una sua raccolta di racconti fu invece tratto il film “L’orologio di Monaco”, presentato al Festival Internazionale del Film di Roma. Nel 2016 il film “Il profumo del tempo delle favole”, tratto dal suo romanzo “Sulla fede”, presentato alla Mostra del cinema di Venezia. Quest’anno ha pubblicato con Marsilio il romanzo “Don Ponzio Capodoglio”.
Si definiva “migrante ante litteram, da un Paese dove non volevo più vivere e tornare: non in quel regime. Migrante fortunato, però: in Italia ho avuto la sensazione di approdare a un mondo più grande, ma molto accogliente”.

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