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Dalla Chiesa: la speranza tradita dei siciliani onesti

 

“Qui è morta la speranza dei siciliani onesti”: poche riflessioni hanno avuto, storicamente, un valore simbolico pari a questa scritta affissa su un muro di Palermo, non lontano dal luogo dell’attentato in cui il giorno prima erano rimasti coinvolti il generale Dalla Chiesa, la giovane moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo.
Carlo Alberto Dalla Chiesa cadde, secondo alcune fonti, non tanto per la sua azione di contrasto alla mafia, che pure, già dopo pochi mesi, cominciava a farsi sentire, quanto per le sue profonde conoscenze in fatto di brigatismo e documenti riservati relativi al caso Moro: documenti compromettenti per uno Stato ormai in guerra con se stesso e in cui, dal ’69 in poi, una delle principali attività portate avanti da pezzi significativi del medesimo fu quella di destabilizzare il già fragile tessuto democratico del Paese.

Non a caso, in occasione dei funerali, il solo esponente politico a non subire fischi e dure contestazioni fu il presidente Pertini, ossia l’unica personalità ritenuta del tutto estranea alla barbarie che stava attraversando da tempo i vertici della Nazione, i servizi segreti, gli apparati di sicurezza e quel vasto mondo di cui l’anno prima della morte di Dalla Chiesa si era scoperta l’affiliazione alla loggia massonica P2.
Dalla Chiesa, distintosi in numerose azioni di contrasto alla malavita organizzata, al banditismo siciliano dell’immediato dopoguerra e alla crudeltà delle Brigate Rosse, venne spedito a Palermo con il preciso intento di esporlo in prima linea su un fronte all’epoca delicatissimo, tanto che il generale non mancò di lamentarsi, asserendo: “Mi mandano in una realtà come Palermo con gli stessi poteri del prefetto di Forlì, se è vero che esiste un potere, questo potere è solo quello dello Stato, delle sue istituzioni e delle sue leggi, non possiamo delegare questo potere né ai prevaricatori, né ai prepotenti, né ai disonesti”.

Non a caso, nella sentenza di condanna definitiva degli esecutori materiali della mattanza si legge: “Si può senz’altro convenire con chi sostiene che persistano ampie zone d’ombra, concernenti sia le modalità con le quali il generale è stato mandato in Sicilia a fronteggiare il fenomeno mafioso, sia la coesistenza di specifici interessi, all’interno delle stesse istituzioni, all’eliminazione del pericolo costituito dalla determinazione e dalla capacità del generale”.
Senza contare una presunta riflessione confidata dal boss Tano Badalamenti a don Masino Buscetta, uno dei più importanti pentiti di Cosa Nostra nonché colui che consentì a Falcone e Borsellino di istruire il maxi-processo: “Dalla Chiesa lo hanno mandato a Palermo per sbarazzarsi di lui. Non aveva fatto ancora niente in Sicilia che potesse giustificare questo grande odio contro di lui”.

Il sospetto atroce, e mai purtroppo confermato, è dunque che Dalla Chiesa desse fastidio a personaggi molto in alto e coinvolti nella cosiddetta “Strategia della tensione”, essendo un raro esempio di incorruttibilità e rettitudine morale, il quale mai avrebbe taciuto se avesse avuto le prove di un eventuale coinvolgimento di settori deviati dello Stato e di esponenti di primo piano della Democrazia Cristiana nel rapimento e nell’assassinio di Aldo Moro; prove, a quanto pare, contenute nei memoriali di quest’ultimo che chiunque si sia azzardato a sfiorare è stato prontamente messo a tacere.
A tal proposito, è doveroso sottolineare che il generale fosse amico del giornalista Mino Pecorelli, direttore di “OP”, un settimanale particolarmente sgradito al potere e che in quel momento terrorizzava coloro che avrebbero potuto essere chiamati in causa dalle sue rivelazioni.
Sul fatto che Moro sia stato eliminato in quanto dentro e fuori d’Italia era tutt’altro che ben vista la sua idea di dar vita ad una terza fase della vicenda politica nazionale, facendo saltare il cosiddetto “fattore K” e consentendo finalmente un’alternanza al governo che vedesse coinvolti anche i comunisti, c’è, invece, ormai una discreta concordanza pure fra storici di diversi orientamenti.
Sul fatto, poi, che Dalla Chiesa, Pecorelli e altre vittime illustri di quella stagione di sangue e di orrore avessero all’epoca le prove per dimostrarlo e per inchiodare i protagonisti interni della sua eliminazione c’è più di una possibilità, purtroppo non confermata e pertanto ancora da inserire nel novero delle mere ipotesi.
Una cosa, tuttavia, è certa: il generale Dalla Chiesa, autore di inchieste di primo livello nonché rivoluzionario nel metodo di contrasto al terrorismo, attraverso la strategia dell’infiltrazione di agenti all’interno delle Brigate Rosse, si era attivato per far luce su alcuni dei più scottanti misteri d’Italia, primo fra tutti l’eliminazione dello statista democristiano che i veri nemici, e anche questa è storia nota, ce li aveva nella frangia più conservatrice del proprio partito e non certo fra gli avversari.

Dalla Chiesa era un servitore dello Stato che lo Stato non ha saputo né voluto difendere, in combutta con un’organizzazione che purtroppo ha avuto un ruolo di primo piano nell’evoluzione della vicenda storica siciliana e nazionale, coperta da una sorta di impunità che risale ai giorni dello sbarco alleato in Sicilia e agli anni immediatamente successivi.
Dalla Chiesa, al pari di tanti altri fedeli servitori dello Stato, non solo non concepiva questo tradimento ma vi soffriva maledettamente, sforzandosi in ogni modo di contrastarlo e di restituire dignità e giustizia alle vittime di una Nazione con troppi martiri, troppi eroi e non abbastanza persone che svolgano correttamente e fino in fondo il proprio dovere.
A trentacinque anni dalla sua scomparsa, possiamo dire con rammarico che quel 3 settembre dell’82 non si è persa solo la speranza dei siciliani onesti ma quella di un intero Paese, costretto a vivere nel dubbio, e talvolta quasi nella certezza, che i veri carnefici siano coloro che, al contrario, avrebbero il compito di difenderci dai crimini peggiori.
L’anti-politica e tutto ciò che di triste e di negativo ne consegue deriva anche da lì, e non si può certo biasimare chi in uno Stato che, da decenni, combatte pervicacemente se stesso ormai non vi si riconosce più.

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