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Gerusalemme. Il racconto degli scontri. Calarsi nella folla è un’altra cosa

 

Credo fortemente nel fatto che, soprattutto per chi si occupa di televisione,  radio e web in genere,  il racconto debba essere fatto il più possibile in diretta, preferibilmente sul luogo dove l’evento si sta svolgendo. Per il commento invece, meglio attendere, sì da evitare di essere travolti e condizionati dalle emozioni.

Provo allora a raccontare e commentare, qualche giorno dopo, quanto ho vissuto in prima persona nel mese di luglio a Gerusalemme durante le dimostrazioni della Spianata delle Moschee, nate da un movimento popolare palestinese in risposta alle misure di sicurezza  adottate dal governo israeliano a seguito di un attentato nel corso del quale sono stati uccisi due poliziotti israeliani e successivamente i loro tre assalitori. Parlo degli ormai famosi metal detector fuori Al Aqsa che i musulmani hanno considerato come un’offesa al terzo luogo più sacro al mondo per la loro religione.

Dopo giorni di scontri, violenza, morti da una parte e l’altra, i metal detector sono stati rimossi e la calma sembra essere ritornata nella Città Santa e in tutta la Cisgiordania. Fatto è che si è arrivati molto vicini ad una nuova Intifada.

Con la troupe della Rai Medio Oriente, assieme ai producers, siamo stati per giorni nelle strade di Gerusalemme raccontando in diretta quanto stava accadendo. Noi , la telecamera ed il microfono, fianco a fianco ai dimostranti e elle forze dell’ordine, tra i cori, i sermoni degli Imam, le preghiere dei fedeli, le cariche, i poliziotti e i militari in assetto antisommossa, i momenti di grande umanità offerti dalle giovani donne musulmane in preghiera fuori della moschea , ma anche dagli occhi e dagli sguardi di giovanissimi poliziotte e poliziotti mandati in strada per l’ordine pubblico. Il racconto fatto così ha maggiore impatto, calarsi nella folla è un’altra cosa. Un maestro di telecronache sportive, Rino Icardi, ci insegnava a far sentire al telespettatore il profumo del kebab se ci trovavamo ad Istambul o degli hot dog se eravamo in Baviera. Lo stesso vale per la cronaca, per la politica, per tutto, per ogni genere di racconto.

Ma quei “profumi” si possono annusare e trasmettere solo stando nelle piazze, nei vicoli, nelle strade, tra la gente. Ove è possibile, ovviamente, quando si può lasciare lo studio televisivo, non sempre dunque. Da vicino comunque ci si rende conto più facilmente di come stanno le cose; talvolta si può anche cambiare idea e giudizio osservando gli occhi della gente, vivendone insieme la paura, la gioia, le emozioni.

E’ quello che a me personalmente è accaduto più volte negli anni, anche in questi giorni di Gerusalemme. Quel bianco o nero così netto e  categorico di certe posizioni, può assumere tonalità differenti se ci si cala , anche fisicamente,  nella realtà.  Taluni stereotipi svaniscono o diventano addirittura ridicoli.

I palestinesi o i poliziotti israeliani descritti come i cattivi o i buoni a seconda dei punti di vista; definizioni che poi rischiano di diventare inamovibili, definitive, usate in ogni circostanza. E invece può accadere che ti avvicini a loro, ai personaggi che stai raccontando, li osservi e ti cambia la prospettiva. Non sempre, ma accade.  A me, qui in Israele, accade quasi ogni giorno. Non riesco, ma neppure voglio, farmi un’idea “definitiva” e inamovibile sulla situazione che si vive in questa parte del mondo, in questo luogo dove c’è un eterno conflitto storico, religioso, umano.

Non voglio, e non credo sarebbe giusto, essere condizionato neppure da un evento che mi è accaduto personalmente quando, durante le dirette sugli scontri del mese di luglio, una granata stordente della polizia israeliana ha colpito me e due persone della troupe Rai Medio Oriente ferendoci.

La polizia israeliana in quella circostanza ha sicuramente ecceduto ma questo, e neppure il dolore che l’ustione mi ha provocato, non può e non deve influenzare la mia attività giornalistica , i miei giudizi futuri ed i racconti che continuerò a fare di questo Paese.

Articolo 21 ci dà la possibilità di esprimere sensazioni e pareri sul nostro lavoro, sulla nostra attività professionale: ho voluto raccontare quello che un corrispondente “alle prime armi” sta provando in questi giorni.

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