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Latina. Dove il fascismo e il razzismo si fermano davanti ai soldi

 

C’è una città in Italia dove non era necessario  il disegno di legge Fiano per scatenare i rigurgiti della destra profonda che si sente offesa e limitata nella sua libertà di espressione. Questa città è Latina. Lì da due mesi si dibatte su un tema assai divisivo per i nostalgici del Ventennio: la modifica dell’intitolazione del parco comunale  “Arnaldo Mussolini” che da martedì prossimo diventerà “Parco Falcone e Borsellino” dopo che la Presidente della Camera avrà tagliato il nastro. L’arrivo della Presidente Boldrini in città ha già tolto il tappo alle peggiori accuse ed epiteti, alcuni pure palesemente misogini. La nuova intitolazione è stata voluta dal sindaco civico Damiano Coletta e la giustificazione formale è la volontà di dedicare uno spazio importante di Latina alla legalità, concetto di cui proprio in questa città c’è un gran bisogno. Ma si è capito che la scelta è volta anche a cancellare un simbolo troppo ingombrante del passato perché nessuno chiama quel parco “Arnaldo Mussolini” bensì solo “Mussolini”. E fino ad oggi è stato uno dei tanti oggetti del ricordo, accanto ai tombini col fascio littorio, al cippo sempre col fascio e ovviamente a palazzo M, attuale sede della Guardia di Finanza. Eppure la retorica sulla città più nera d’Italia, quella verso la quale Francesco Storace dice di nutrire “straordinario affetto”, quella dove Forza Nuova presenta   una lista ad ogni elezione, quella dove Casapound promette severi interventi contro gli immigrati, ha una storia e un’anima segrete e indicibili, non sempre raccontate, che riguardano il suo passato recente e il rapporto che la destra ha avuto col l’amministrazione locale. I fascisti di Latina se li guardi da vicino sono diversi, estranei quasi all’idelogia, al punto che ti viene voglia di “aiutarli a casa loro”.

La destra dura e pura, cioè l’ala oltranzista e repubblichina di Alleanza Nazionale ha governato la città  e la Provincia di Latina per venti anni e all’inizio ne andavano tutti fieri, tanto che Gianfranco Fini ha definito Latina il “laboratorio del buongoverno della destra”. Ma una banale lente di ingrandimento fornisce un’altra versione, assai scomoda. An per oltre 15 anni ha avuto il monopolio degli  assessorati ai servizi sociali, sport e ambiente, avendo lasciato all’alleato Forza Italia carta bianca sull’urbanistica e il cemento selvaggio. Ci si sarebbe aspettato “ordine e disciplina” perlomeno verso immigrati, rom, zingari e delinquenza comunale come vuole la vulgata della destra nazionale. Invece si sa per certo da intercettazioni telefoniche che sotto la giunta del sindaco Vincenzo Zaccheo,  esponente del Fronte della gioventù, poi del Movimento Sociale, poi di An, deputato, ci sono stati favori sui certificati delle pensioni di invalidità ad Antonio Ciarelli, uno zingaro dell’omonimo clan, padre di Carmine, temutissimo e potente. Un’indagine della polizia aveva cominciato ad accertare un numero troppo alto di pensioni di invalidità ad altri esponenti della stessa famiglia. L’assessorato ai servizi sociali del Comune per tutti gli anni in cui è stato controllato da esponenti di An (compreso l’ex sindaco Giovanni Di Giorgi) non si è accorto che ad Al Karama, la comunità di accoglienza per immigrati e gruppi rom i containers venivano affittati con pizzo in nero da altri esponenti rom; le visite degli assistenti sociali comunali in quel campo sono bisettimanali.

Negli stessi anni un’intera famiglia riferibile all’altro clan zingaro, quello dei Di Silvio, ha occupato abusivamente alcuni alloggi popolari dell’Ater (agenzia regionale per le case popolari con una sede provinciale a Latina) su cui non avevano diritto ma non sono stati mai sfrattati fino a quando la squadra mobile non ha arrestato lì dentro un latitante e ha accertato che era anche un occupante abusivo. Ancora sotto la guida dell’assessorato allo sport da parte della destra sociale gli impianti sportivi di Latina sono stati dati senza corrispettivo a società vicine ai clan zingari. In specie il campo Boario che era appannaggio della squadra di riferimento di Gianluca Tuma e Costantino Di Silvio, detto Cha Cha, esponente zingaro anch’egli ; dopo il suo arresto e con l’avvento della nuova Giunta si è cercato di riassegnare tutti i campi sportivi ma per il “Boario” non c’è stata alcuna offerta e nel frattempo i Di Silvio dentro al prato del campo di calcio ci hanno mandato a pascolare i loro cavalli in segno di possesso. Gli animali sono stati sgomberati  poi con un dispiegamento di forze che includeva la Forestale e l’ufficio veterinario della Asl di Latina. Non solo: anche il più importante stadio “Francioini” è stato utilizzato senza corrispettivo dalla Us Latina calcio. Presidente della squadra era Pasquale Maietta, deputato di Fratelli d’Italia, amico di Giorgia Meloni, già proveniente dalle fila di An, fautore di idee fasciste pure lui, da assessore al bilancio del Comune di Latina  non si accorse che la Us latina clacio di cui era presidente non pagava per l’impianto sportivo.

E non se ne accorse neppure il sindaco Giovanni Di Giorgi, molto di destra anch’egli, già assessore ai servizi sociali sotto la Giunta del defunto Ajmone Finestra, poi consigliere regionale e infine sindaco, arrestato nell’ambito di una delle inchieste della Procura sull’edilizia fantastica che caratterizza Latina. La squadra di calcio del Latina era contigua al mondo criminale zingaro della città. Per  dire: Costantino Di Silvio Cha Cha accompagnava i giocatori in trasferta, lavorava nel magazzino e se ne andava in giro per il centro insieme all’onorevole Pasquale Maietta, suo grande amico. Amicizia costata una condanna federale alla squadra la cui società è peraltro fallita trascinandosi dietro le speranze di partecipare al campionato di B. Il chiacchierato rapporto tra Maietta e Cha cha, condannato per l’inchiesta Don ‘t touch che ha svelato, tra l’altro, le collusioni tra politica e calcio, potrebbe essere la chiave di lettura di un rapporto assai stretto tra una parte ampia della politica cittadina, specie di destra, è il mondo degli zingari che a Latina sono molti, molto potenti e riescono a controllare un variegato mondo di pusher, consumatori, vittime di usura, amicizie. Non ci sono per ora prove concrete sullo scambio di voti ma potrebbero emergere dalle verifiche ancora in corso da parte della Procura di Latina. Se non basta il rapporto (d’interesse) con i rom a svelare il vero volto della destra in questa città nera, si può aggiungere altro: per esempio l’uso delle cooperative sociali per lavori di manutenzione del verde e per l’igiene urbana affidati senza appalto ma tramite il sistema del cosiddetto spacchettamento, ossia la divisione dell’importo base di un lavoro fino ad ottenere tanti piccoli contratti al di sotto della soglia per cui sarebbe stata necessaria la gara pubblica.

In questo modo il Comune  ha affidato tanti e importanti interventi a coop  dove lavoravano soggetti  che avevano avuto problemi di legalità.  No, durante il periodo del laboratorio di destra non c’è stato praticamente nulla di veramente fascista nella città più nera d’Italia. In piazza c’era la retorica con i busti del duce e le frasi su “ordine e sicurezza” e nelle stanze dei bottoni si facevano affari con e sugli zingari con l’ombra lunga di un vortice di voti che ha fatto di Latina la roccaforte del centrodestra negli Novanta e Duemila. I fascisti hanno tradito se stessi o forse non lo erano davvero, non si sa. La legalità urlata adesso e anche negli anni passati dalla destra dura e pura si è infranta contro le inchieste sull’urbanistica, gli scandali, le assunzioni e le amicizie probabilmente elettorali con quelle categorie che i fascisti dicono di voler “controllare”, “arginare”, “combattere”. Diciamo che il razzismo a Latina si è fermato davanti ai soldi. E il fascismo, forse, pure.

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