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“Se perdiamo il cellulare, perdiamo le nostre vite”. Lo smartphone nel viaggio dei minori soli

 

Un supporto per orientarsi, per cercare informazioni, per fare rete, per ricominciare a vivere. Così lo smartphone è visto dai giovani migranti e rifugiati che arrivano in Europa soli

“Se hanno lo smartphone non sono poveri né scappano dalla guerra”: un commento che incontriamo in modo frequente in risposta ad articoli che trattano il tema dei flussi migratori, che si tratti di adulti o di minori. Un’idea, questa, che tuttavia è basata su un’immagine distorta di chi abita i paesi africani e medio orientali e che non tiene in considerazione il ruolo importante che la tecnologia ricopre per coloro che abbandonano il proprio paese. Più che importante, per alcuni essenziale.

Uno strumento di supporto

Per i ragazzi costretti a lasciare la propria casa da soli (25.846 gli under 18 arrivati in Italia senza un accompagnatore adulto nel solo 2016, provenienti da 47 paesi diversi) cosa significa avere uno smartphone? Save the Children lo ha chiesto ad alcuni giovani, raccogliendo i risultati di questa ricerca all’interno dell’Atlante dei minori stranieri non accompagnati in Italia.

A volte internet e social media iniziano a giocare un ruolo fondamentale ancora prima della partenza: qui i minori possono raccogliere informazioni che contribuiscono a spingerli a mettersi in cammino. L’accesso al web nel paese di origine varia molto in base alla nazionalità; se i giovani egiziani rappresentano il gruppo col tasso di accesso più alto, per i ragazzi provenienti da aree subsahariane riuscire a usufruire di internet è molto raro, spiega l’organizzazione internazionale che tutela l’infanzia.

“Molti europei ci domandano perché un rifugiato possiede uno smartphone, io rispondo che sono come un visto. Se perdiamo il nostro cellulare, perdiamo le nostre vite”. A raccontarlo nel report è Boutros, ragazzo siriano che ha abbandonato il suo paese tre anni fa; per raggiungere l’Europa ci sono voluti 2 anni e 5mila dollari.

Essere connessi acquisisce poi un ruolo importante nella fase di organizzazione del viaggio e in quelle immediatamente successiva: online i giovani possono reperire informazioni e contatti per pianificare le tappe successive o a modificarle più rapidamente e possono restare in contatto con le persone incontrate lungo il percorso, fonte di aggiornamenti lungo la rotta. Soprattutto, possono segnalare e ricevere segnalazioni relative a situazioni di pericolo. Altra funzione pratica che i giovani intervistato da Save the Children hanno confermato è quella di supporto nell’orientamento: l’accesso a internet consente di utilizzare il gps per muoversi con più facilità in aree del tutto nuove e sconosciute. Come accaduto, per esempio, a Boutros che in Macedonia, col telefono scarico e l’impossibilità di collegarsi alla rete, si è perso tra le montagne, rimanendo per due giorni senza cibo né acqua fino all’incontro con un pastore.

Una funzione sociale

Per i migranti e i rifugiati più giovani, che intraprendono da soli il viaggio, avere accesso al web e alle applicazioni che consentono di chattare e telefonare significa poter restare in contatto costante con parenti e amici lasciati nei paesi d’origine. Guardare una foto, sentire la voce dei propri genitori: sono piccoli gesti che aiutano i minori a sentirsi meno soli, più vicini a chi è ancora dall’altra parte del Mediterraneo e che sono importanti tanto durante il viaggio quanto una volta giunti a destinazione. “Ho fatto un video a un certo punto del mio viaggio e l’ho messo su Facebook, così che la mia famiglia e i miei amici potessero vedere dov’ero e che stavo bene”, ha detto a Save the Children un diciassettenne pakistano. Un altro adolescente, un sedicenne egiziano, spiega invece di aver fatto tante foto prima di partire con la sua famiglia e i suoi amici: “Le ho messe in una memory card per poterle riguardare al mio arrivo in Italia… purtroppo ho perso la card in acqua durante la traversata da Alessandria”.

Non solo: internet è fonte di notizie e informazioni utilizzate dai ragazzi per crearsi una rete di contatti, fare conoscenze, capire come muoversi nella loro nuova situazione e a chi rivolgersi per ottenere sostegno.

L’accesso al web, però, comporta anche dei rischi: “I minori stranieri non accompagnati sono soggetti particolarmente vulnerabili – si legge nell’Atlante – poiché sono soli, non supportati dalla presenza di riferimenti adulti e spesso senza una rete di relazioni sul territorio; questi ragazzi hanno spesso aspettative irrealistiche che vogliono soddisfare (non solo di tipo economico), una scarsa se non assente conoscenza della lingua e sono privi di conoscenze e competenze digitali in grado di guidarli nel loro utilizzo della rete”.

Da cartadiroma 

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