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L’Olimpo di Fellini

 

Ormai da qualche mese circola un libro che viene attribuito a Federico Fellini, con singolare leggerezza. Fino a oggi non ho voluto scriverne, perché mi sembrava poco opportuno; in fondo, mi dicevo, più si parla di Fellini meglio è, qualcosa ne guadagniamo tutti. Un autore così importante è un peccato lasciarlo appassire nell’incuria, analogamente a ciò che accade per gran parte del nostro patrimonio artistico. Poi è successo che giorni fa mi ha chiamato Alberto Crespi, uno dei conduttori di Hollywood Party la ben nota trasmissione di RAI 3 seguita da numerosissimi appassionati di cinema. Crespi, che è un bravo giornalista e critico cinematografico, mi ha chiesto sornione, come avevano già fatto in questi mesi non pochi estimatori di Fellini: “Che ne pensi de L’Olimpo?” Mi è sembrato di coglierne l’intenzione ironica e ho risposto: “E’ una sòla”. Utilizzando un’espressione romanesca intraducibile ma efficace. E abbiamo riso in due. Così la nostra conversazione è proseguita in trasmissione dove abbiamo ricostruito il retroscena di una proposta editoriale che grazie alla fama del protagonista, ha avuto un ottimo lancio giornalistico ma ha anche attirato il compratore in un mezzo tranello. 

I curatori del libro, Gerald Morin e Rosita Copioli, si sforzano in tutti i modi di avvalorare l’operazione senza avanzare il minimo dubbio sulla sua autenticità. Capisco l’euforia della riscoperta, il brivido  di mettere mano a un supposto inedito felliniano; ma quando ci sono testimoni ancora in vita, una maggiore prudenza non guasterebbe. Non mi stupisce lo slancio della nuova casa editrice SEM alla prospettiva di esordire con un battesimo così prestigioso; non mi sorprende la navigata disinvoltura di Sergio Zavoli nell’elargire introduzioni inevitabili e spesso indistinguibili; non mi colpisce l’intervento da garante, sia pure generico, di Gérald Morin che essendo uno svizzero di lingua francese forse non è in grado di distinguere le sfumature  linguistiche. Rimango invece meravigliato da Rosita Copioli, poetessa riminese, che di linguaggio dovrebbe capirne, eppure si produce in una postfazione da liceale diligente, e intelligente, ammessa per la prima volta nel sacro recinto del suo autore mito; e nell’estasi si abbandona a lodi eccitate sul testo di Fellini. Suppongo che avrà avuto a lungo quelle pagine tra le mani, le avrà venerate, compulsate; senza mai accorgersi, per esempio, che la premessa al testo, a firma ‘autografa’ di Fellini, non contiene un solo termine del lessico felliniano, neppure la più lontana assonanza di stile, neanche un’ombra della agilità, dell’inventiva, dell’inimitabile arabesco verbale che gli appartenevano. Chiunque sia in possesso di un minimo di orecchio se ne accorgerebbe, anche senza conoscere i fatti. Sono tre pagine ‘professorali’, con argomenti e riferimenti ‘eruditi’, che Federico ha sottoscritto – come faceva con me o con altri collaboratori prima di me – semplicemente per avviare il progetto all’attenzione dell’interlocutore di turno. Un ballon d’essai che a spanne sembrerebbe riconducibile a Luca Canali, docente di latino e profondo conoscitore dell’antichità latina e greca, già stretto collaboratore del Maestro ai tempi del Satyricon. Proseguendo inoltre nella lettura, appare altrettanto evidente l’estraneità di Fellini alla narrazione, attribuibile tutt’al più a una sua chiacchierata estemporanea trasposta in pagina con vistose licenze da un solerte collaboratore.

“I miti greci”, questo il titolo originario e non L’Olimpo, era uno dei tanti ‘progetti esca’ che il regista utilizzava nei vuoti fisiologici tra un film e l’altro, per sondare l’umore dei produttori. L’ispirazione nasce da lontano, al tempo della frequenza con Ernst Bernhard, allievo di C.G.Jung; l’unica persona, sosteneva il regista, ad aver avuto influenza sulla sua vita. Ma il progetto prende forma di trattamento soltanto nell’81 ed entra a far parte di quella girandola di soggetti che giacevano in un limbo indistinto, in incerta attesa di circostanze favorevoli al parto. Il primo di questi figli mai nati era Il viaggio di G. Mastorna, che ha continuato a riaffiorare ciclicamente. Poi, senza alcun ordine gerarchico, venivano L’Orlando furioso, L’inferno di Dante, Venezia e altre città mito, come Napoli, New York; o personaggi amati dei fumetti, Mandrake, oppure Flash Gordon che alla fine venne realizzato senza Fellini ma con le scene e i costumi di Danilo Donati, suo prediletto art director. Altre ancora erano proposte che progredivano o arretravano a seconda delle stagioni, del mood, delle risorse economiche.

All’inizio degli anni Ottanta il regista stava vivendo una profonda inquietudine che ben si avverte nella Città delle Donne, l’angoscioso affresco di un dialogo tra sordi nello scontro di potere tra i sessi e le generazioni. Allo spirare del decennio precedente Fellini aveva realizzato quell’autentico gioiello che fu Prova d’orchestra, un film portato a termine in meno di quattro settimane! Tale era l’urgenza che lo incalzava. In seguito al delitto Moro l’Italia era sprofondata nella stagione più fosca della sua storia recente e Fellini, nel disorientamento generale, aveva richiamato la Nazione all’ordine; proprio lui, il più ‘disimpegnato’ degli artisti secondo la più banale vulgata, assurgeva d’un tratto a coscienza collettiva degli italiani. Il presidente della Repubblica Sandro Pertini richiese che il film venisse proiettato in anteprima al Quirinale alla presenza dei parlamentari delle due camere.

Dall’81 in avanti avevo scritto per lui Poliziotto, tratto dai racconti orali di Nicola Longo, un ispettore di polizia considerato per il suo stile spregiudicato una sorta di Serpico di Piazza di Spagna; L’avvocato racconta basato su sinistri casi giudiziari rievocati da Luigi Benzi, l’amico Titta, noto penalista di Rimini; in precedenza ero stato incaricato di trascorrere qualche settimana presso la redazione del quotidiano romano Il Tempo, al fine di comporre un brogliaccio sul crogiuolo incandescente della Cronaca nera,  a cui Federico stava pensando seriamente; finché non intervenne Alfredo Bini con un suggerimento di lancio che lo smontò all’istante: A venti anni da La dolce vita, Federico Fellini La mala vita.

Inoltre avevamo messo mano, complice Angelo Guglielmi allora direttore della terza rete RAI, ad alcuni abbozzi di ‘film in diretta’ sul modello di Intervista (che firmai con Federico nell’87): L’inferno di Dante, L’attore, Venezia, l’Opera lirica. Ero in quegli anni lo scrittore ombra di Fellini, il suo ghost writer; conosco la sua scrittura al pari della mia. Sapevo che I miti Greci, alias L’Olimpo, avrebbe potuto diventare un copione a pieno titolo nel caso di un contratto, di un concreto interesse produttivo. Ma, allo stato dei fatti, di sua mano di scrittore c’era ben poco e forse niente. Posso supporre con scarse probabilità di errore che nelle pagine aleggiasse l’estro di Zapponi, grande appassionato di sesso; ma anche di Luca Canali e probabilmente di Brunello Rondi, entrambi non meno inclini all’argomento. E non escluderei lo zampino di Ignazio Majore, lo psicanalista autore di “Il circuito fallico”, al quale Federico faceva riferimento per le teorie generali sulla psiche e i casi clinici. Tra le persone che ruotavano intorno a  lui, c’era anche  occasionalmente Mino Guerrini, una vecchia amicizia giornalistica che aveva in quel frangente un pressante bisogno di denaro. Il risultato finale è verosimilmente il frutto di una stesura a più mani e non, come viene annunciato nel risvolto di copertina, il “sorprendente romanzo degli dei in cui Fellini ripercorre gli archetipi della nostra immaginazione”. Gli indizi a sfavore sono tanti e tutti enunciabili. Tra le vistose incongruenze del testo troviamo persino una annotazione tecnica, illuminante, in cui si parla di Fellini in terza persona: “Verranno adottati semplici trucchi visivi, alla Meliès, o simili a quelli realizzati da Fellini in Boccaccio ’70…”.

Ma in primo luogo i curatori avrebbero dovuto lasciarsi insospettire dallo stile: il lessico, la sintassi, la costruzione della frase, e infine certe affermazioni fuori registro che Fellini non avrebbe mai pronunciate, come sa bene chiunque abbia avuto con lui anche soltanto una conoscenza superficiale.

La stessa Copioli qua e là tradisce commoventi candori: “A leggere L’Olimpo, ci si chiede come avrebbe risolto Fellini l’esplosione di sesso esplicito che mai compare nei suoi film…”. Giusto.

Forse le avrebbe giovato cercare le ovvie risposte ai suoi trasalimenti, invece di volteggiare acrobaticamente tra quesiti sospesi a mezz’aria.

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