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Brasile. Nelle favelas di Rio 180 morti in tre mesi per i proiettili del Bope

 

L’ennesima vittima giovanissima ha riportato nell’agenda brasiliana il tema degli abusi di polizia, soprattutto del Bope, forze speciali che operano nelle favelas di Rio de Janeiro. Impegnati in una delle numerose azioni di questi giorni hanno provocato la morte di una giovane studentessa, la tredicenne Maria Eduarda Alves de Conceiçao. Nel Complexo do Alemão, nel Morro dá Fé Penha, degli agenti, come testimoniato dal video, due in particolare, si avvicinano a un muro dove sono stesi, presumibilmente feriti, due giovani. Gli si avvicinano e li freddano con due colpi a bruciapelo. Il tutto è avvenuto verso le sette del mattino, si è svolto nelle vicinanze di una scuola. Maria Eduarda è stata colpita da diversi colpi sparati dagli agenti verso i sospetti che, secondo le testimonianze dei molti che hanno assistito alla scena, sono stati colpiti da raffiche mentre camminavano e poi appunto, come testimonia il video girato da una persona da una finestra adiacente, freddati. La gente è immediatamente scesa in strada e ha circondato quelli del Bope, anche per proteggere i tanti ragazzini che si trovavano già nella struttura. Uno degli insegnati, il professor Bruno Rico, a caldo ha amaramente constatato che “la gente ha visto che tutto può essere un bersaglio. La gente ha visto che non è sicura neppure una scuola. Non c’è possibilità di garantire la protezione dei bambini. Non c’è. Per dimostrare che si sta combattendo la criminalità non si può mettere a rischio tutta la società. Noi non possiamo permettere che un progetto di sicurezza si imposti senza confronto. Causare morti ingiuste senza subire contestazioni… Bisogna riflettere, bisogna valutare l’ambiente, bisogna proteggere i bambini. E oggi questa protezione non c’era. Una bambina di 13 anni bellissima, sportiva, che aveva trovato nello studio e nel basket la gioia di vivere oggi ha ceduto a questa violenza. La cosa più triste è non capire che è proprio la scuola, l’istruzione, lo sport e la cultura il modo più certo di disarmare le nostre comunità. Invece ora succederà che si tornerà a non mandare i propri figli a scuola perché non è più sicuro. E le cose che peggioreranno, invece che migliorare”.

Il Brasile oggi è un Paese senza guida, in piena crisi politica e sociale. L’inchiesta denominata Lava Jato he messo alla sbarra e in prigione politici, manager delle grandi industrie nazionali e imprenditori. La crisi politica e il crack economico del Paese ha innescato tale di violenze che addirittura superano quelle che hanno sempre caratterizzato la dura vita soprattutto di chi abita nelle aree più povere del Paese. E se quello che succede nei piccoli centri è sempre stato difficile sapere, tenere nascosti certi episodi a Rio de Janeiro appare più complicato. A inizio settimana le incursioni del Bope, si sono fatte sempre più frequenti, nella città carioca. Domenica notte tre persone sono rimaste uccise nella Città di Dio, complesso di comunità rese celebri da un famoso degli anni ’90. Si descriveva una parte di città completamente in mano a criminali senza scrupoli e poliziotti corrotti. Lo scenario, a distanza anni, non è affatto migliorato. In mezzo c’è stato Lula, la Coppa del Mondo di calcio, la visita del primo Papa latino americano della storia, i Giochi Olimpici e tanto altro ancora. Eppure nulla pare sia cambiato in certi luoghi. La morte di Maria Eduarda venerdì è stata l’ennesima in una settimana particolarmente cruenta. Lunedì mattina, nella favela di Parque União, nel momento in cui molta gente era in fila in attesa della vaccinazione contro la febbre gialla, ancora gli uomini del Bope hanno causato la morte di un altro tredicenne e  un altro uomo è stato ferito. Come spesso capita in questi casi, trovarsi nel posto sbagliato può costare la vita. Human Rights Watch, Amnesty International e altre organizzazioni internazionali e brasiliane da anni denunciano le morti di troppi innocenti, soprattutto giovanissimi. Dall’inzio di quest’anno, solo nelle favelas di Rio, sono 180 i casi di morti causati da proiettili del Bope. Solo una piccolissima percentuale di queste vittime era armata e quindi rappresentava un pericolo, al momento in cui è stata colpita. La grande maggioranza invece sono per lo più persone, spesso giovanissimi, che si sono trovati sulla traiettoria di una pallottola. I metodi del Bope sono finiti spesso sotto accusa, soprattutto in concomitanza di episodi di cui si hanno immagini che cittadini stessi hanno girato.

“Dal 2012, giusto dal 5 al 20 per cento dei casi di abusi da parte di questi agenti speciali sono stati indagati. L’impunità è garantita, in pratica. Il 77 per cento dei morti, e parliamo di cifre molto significative, 5600 persone solo nel 2012, l’anno della Coppa del Mondo, sono neri che abitano nelle favelas. Vere e proprie esecuzioni”, dice Attila Rocque, dati alla mano, portavoce di Amnesty in Brasile.

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