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PD. Le varianti del compromesso

 

Previsioni funeste, per il Pd, quelle di Piero Ignazi sulla Repubblica di ieri. “Le primarie, in queste condizioni, rischiano di essere letteralmente esplosive…il cosiddetto congresso si risolverà in una polveriera. E a raccoglierne i resti provvederà il centro destra”. Chissà se il ragionamento che ha portato l’illustre politologo a queste conclusioni servirà a dare finalmente la sveglia ai democratici e ai progressisti, oltre che ai 5stelle. “Quei giochi a destra”, ha intitolato l’editoriale e il ragionamento è il seguente: tra Berlusconi, Salvini e la Meloni è in corso un gioco delle parti. “Se Forza Italia aderisce ad un governo con il Pd il gioco di squadra prevede che Lega e Fratelli d’Italia facciano opposizione ma senza rompere i ponti con il cavaliere, riservandosi di recuperarlo nel momento in cui l’offerta complessiva del Centrodestra appaia vincente. Lo stesso nell’ipotesi di un accordo con il M5S da parte dei soliti Salvini e Meloni, con Berlusconi che attende nelle retrovie per dare manforte al momento opportuno”. Ecco perché “il conflitto sempre più acceso tra M5S e Pd rischia di avere un beneficiario imprevisto”.

E dei Cinque Stelle parla oggi sulla Stampa di Torino, intervistato da Giuseppe Selvaggiulo, uno dei protagonisti della campagna per il “No” al referendum costituzionale, il  presidente emerito dell’Alta Corte Gustavo Zagrebelsky. Non gli piace l’ostracismo nei loro confronti. Ma pur apprezzando “lo spirito di novità che portano nella vita politica”, non gli piacciono “i settarismi, i riti inquisitoriali che portano alle espulsioni e l’indisponibilità a cercare accordi, mediazioni”. E spiega: “mettersi e mettere in gioco, qui è il problema della democrazia del nostro Paese. La democrazia è il regime del compromesso. Non lo dico io, ma il grande giurista Hans Kelsen. Il punto è: compromessi con chi, con quali contenuti, in vista di che cosa. Non  ogni compromesso è, come si dice, inciucio”. Neppure quello con Berlusconi, dunque, “se non è un compromesso corrotto, sugli interessi”.

Ora pare a tutti evidente che i contenuti del compromesso che dovesse essere proposto prima o dopo le elezioni politiche non potrebbero essere gli stessi con un interlocutore di destra o con uno di sinistra. E logica vorrebbe che la scelta delle cose da fare precedesse e condizionasse quella del partner di governo. Purtroppo non è così per i dem. La conferenza programmatica proposta da Andrea Orlando alla direzione del Pd è stata bocciata dalla maggioranza renziana con l’argomento che la scelta avverrà col congresso. Di fatto avverrà invece con le primarie, aperte a tutti, che Matteo Renzi è convinto di vincere, insieme con la candidatura automatica alla presidenza del consiglio. Zagrebelsky teme che il Pd corra “un gran rischio. Se Renzi, malgrado ciò che sta accadendo, vince le primarie è altissimo il rischio che il partito cada nella fossa, perda definitivamente la sua identità”. Ammesso che ne abbia ancora una, aggiungo io.

In un quadro così sconfortante, possiamo solo aggrapparci alla speranza che a vincere le primarie non sia il figlio di Babbo Renzi ma uno dei suoi sfidanti e che, nel Campo Progressista di Pisapia si riesca a ritrovare la strada che dall’Ulivo di Prodi avrebbe dovuto portare al “partito nuovo” che non c’è stato.  E che un’altra, doverosa, prova di dialogo coi Cinque Stelle abbia più fortuna della prima.

Sta di fatto che nel Pd di oggi si procede solo con ambedue gli occhi puntati sulla grande sfida del 30 aprile. Renzi insiste perché la legge elettorale sia definita prima di quella data, probabilmente non gli è indifferente se il premio di maggioranza e la gestione delle candidature alle Camere andrà a lui o ad uno dei suoi sfidanti. Mentre questi ultimi e probabilmente anche Gentiloni vorrebbero invece il contrario. Così le riforme e le misure economiche, che il presidente del Consiglio vorrebbe anticipare, Renzi tenta invece di rimandarle a quando, dopo la legittimazione delle primarie, potrà intervenire da vincitore con ben altro peso. Guai poi se provvedimenti impopolari come quelli relativi alle tasse dovessero aggravare la sua personale impopolarità. Tutto questo avviene nel silenzio più assoluto sulle politiche da adottare (o che altri adotteranno per noi) in Italia, in Europa e nel mondo. In nome del pragmatismo.

Fonte: Nandocan

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