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Rai, spazio al giornalismo d’inchiesta

 

“La Rai Servizio Pubblico ha il dovere di mettere in campo le proprie risorse interne migliori per completare il lavoro di inchiesta giornalistica. Diamo un valore alle scelte: la Riforma della Rai parta dalla costituzione di un nucleo di giornalismo investigativo, così come proposto anni fa da Roberto Morrione… È un dovere –spiegava ad aprile del 2015 Vittorio Di Trapani il segretario dell’Usigrai, il  sindacato dei giornalisti della Rai -, per onorare la memoria dell’inviata del Tg3 Ilaria Alpi e del telecineoperatore Miran Hrovatin, due colleghi uccisi in Somalia perché facevano il proprio lavoro. È un dovere per la Rai per rispettare il diritto dei cittadini di conoscere la verità sui fatti italiani e internazionali. E – sottolineava Di Trapani – è dovere primo della Rai Servizio Pubblico illuminare realtà, fatti e fenomeni che qualcuno vorrebbe relegare al buio”.
Ad ottobre 2016 , in occasione del periodico incontro con l’Azienda in Commissione Paritetica, Usigrai ha ribadito questa richiesta, chiarendo che il nucleo di giornalismo investigativo, a parere del Sindacato dei giornalisti della Rai, dovrebbe essere formato da elementi provenienti dalle varie testate dell’Azienda e che, dovrebbe cominciare a lavorare subito misurandosi con i misteri e gli interrogativi senza risposte delle stragi – innanzitutto quelle di mafia di cui nel 2017 ricorre il 25° anniversario – e del delitto Alpi-Hrovatin.

La richiesta dell’Usigrai non può che essere condivisa. E non solo perché simili nuclei, spesso vere e proprie redazioni, esistono negli organi di informazione dei Paesi democratici più avanzati, da tempo, ma soprattutto perché così la Rai si doterebbe di uno strumento di grande importanza. Uno strumento caratterizzante per il ruolo di un’Azienda di Servizio Pubblico, azienda al servizio dei cittadini.
La formazione di un nucleo di giornalismo investigativo è un obiettivo per ottenere il quale i giornalisti della Rai devono battersi. Va considerato un passaggio fondamentale ed un test sulla reale volontà di compiere il cammino che deve portare la Rai, il più rapidamente possibile, a non avere legacci di sorta. Innanzitutto quelli della politica. Ma non solo. E c’è contemporaneamente un problema da porre subito: quello degli spazi di approfondimento giornalistico nelle testate della Rai, confinati in orari impossibili e costantemente eroso, dove esiste. È come se pian piano si togliesse aria ad un essere umano.
Se si riuscisse a crearlo quel nucleo di giornalismo investigativo di giornalisti delle testate Rai ci sarebbe una lunga lista di occasioni, idee, fronti, per fare delle inchieste, e dare notizie considerate “scomode”. Darle e darle per intero, prima ancora di approfondirle. Può apparire questione scontata, ma non lo è: va ribadito che ci sono vicende che non possono sparire, pur nel rispetto delle scelte editoriali e della missione di ogni testata.
Come ad esempio il quarto Processo Borsellino, celebrato in un silenzio quasi assoluto, per tre anni, a Caltanissetta. Processo giunto in dirittura di arrivo, con un carico di sospetti e accuse nei confronti di funzionari di polizia che indagavano sulla strage di via D’Amelio, le tracce di una operazione di depistaggio gravissima, dai retroscena oscuri, basata su falsi pentiti, che portò lontano dalla verità e mandò in galera persone estranee alla strage.
Così non si può assistere ad un racconto sulla conclusione dei lavori dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria, zeppo di storielle che offendono la realtà (autostrada completata dopo 55 anni !) o non raccontano  che i lavori dureranno altri tre anni e su più del 10% dell’autostrada, senza interventi strutturali che, stando agli impegni presi da vari governi, dovevano riguardare tutta (!) l’autostrada.

Insomma, si potrebbe cominciare prendendo alla lettera quanto scrive l’Unesco, che definisce il giornalismo investigativo come “…la rivelazione di questioni che sono nascoste sia deliberatamente da qualcuno in una posizione di potere, sia accidentalmente dietro una massa caotica di fatti e circostanze, con l’analisi e la esposizione di tutti i fatti rilevanti per il pubblico. In questo senso – spiega l’Unesco – il giornalismo investigativo contribuisce in maniera cruciale alla libertà di espressione ed allo sviluppo dei media, che sono al centro del mandato dell’Unesco”.
Per lettori, ascoltatori e telespettatori il ruolo dei media dovrebbe essere sempre – e rimanere- quello di controllore del potere. Un ruolo affidato, appunto, proprio a quello che viene definito giornalismo investigativo o giornalismo di inchiesta: un lavoro che, svolto correttamente, disponga di fonti in numero e qualità sempre crescenti, ricerchi, scovi letteralmente e verifichi i fatti, che abbia il suo dna nell’attendibilità, nel ripudio del sensazionalismo e di manovre non trasparenti o peggio non lecite. È il lavoro giornalistico che contribuisce più di ogni altro a costruire un rapporto di fiducia con i fruitori delle notizie. Così lo vedono ancora oggi nei Paesi anglosassoni, dove, sia chiaro, insieme ad una lunga storia fatta di pagine nobili, pure ne sono state scritte altre non senza contraddizioni, inciampi o non proprio limpide.
Un’iniziativa come quella proposta da Usigrai più che necessaria è urgente, in un Paese come l’Italia, dove aumenta il numero di giornalisti sotto protezione e di quelli sottoposti a procedimenti giudiziari, un Paese che nel rapporto 2016 di Reporters sans frontières sulla libertà di stampa, figura al 77° posto su 180 Paesi, ed è preceduto dalla Moldova e seguito dal Benin.

In Italia oggi viene definito giornalismo investigativo e/o giornalismo d’inchiesta anche il lavoro svolto quando si scovano, si raccontano e si mostrano, notizie, fatti, retroscena, circostanze, che spesso – non sempre – non richiedono mesi di studio e ricerche, lavoro certosino di investigazione vera e propria, ma sono raggiungibili.
Già ma allora perché si chiama giornalismo d’inchiesta? Perché la situazione della libertà d’informazione in Italia appare investita da una inesorabile deriva. Accade molto spesso che la gran parte o la quasi totalità dei media certe notizie, fatti scomodi, non solo non li cerchino o non li vedano, ma li evitino, li ignorino consapevolmente, o peggio li nascondano.
Ed ecco allora che il solo “dare le notizie”, combattere perché un direttore le pubblichi o le mandi in onda, non fermarsi davanti a quei “sai al direttore non interessa”, “non c’è spazio in pagina”, o in sommario, non arretrare davanti alle difficoltà che vengono frapposte, non chiudere gli occhi o voltare la testa, o anche scegliere di chiudere bruscamente le telefonate quando ti “consigliano cautela”, insomma muoversi in controtendenza – e non senza rischi, a cominciare dalle querele e da forme varie di ritorsione -, è degno di nota vuol dire difendere la verità, la libertà, il giornalismo e il suo ruolo.

Fonte: Libera Informazione

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