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Birmania, Mohammed come Aylan

 

La morte del piccolo Mohammed rompe il silenzio sulla tragedia dei Rohingya. È annegato a 16 mesi mentre con la famiglia cercava di fuggire dalla repressione. La sua storia non è diversa da quella del piccolo Kurdi nel Mediterraneo.

Roberto Toscano

Il corpo di un bambino di pochi mesi annegato quando la sua famiglia cercava la salvezza fuggendo dall’oppressione e dalla repressione. Lo avevamo già visto. Allora, nel settembre 2015, si chiamava Alan Kurdi, oggi Mohammed Shohayet. Come allora, il mondo presta attenzione, si commuove. Sinceramente, di certo, ma è anche legittimo chiedersi come mai questi due piccoli siano riusciti a rompere quel muro di sostanziale indifferenza che caratterizza questo nostro tempo — il tempo di una protratta, atroce strage di innocenti dalla Siria allo Yemen.

Si ripropone qui per chi fa un giornale un problema di etica professionale, nel senso che non è facile giustificare quella che può sembrare la concessione a una commozione che sappiamo troppo episodica e troppo poco coerente rispetto a una sistematica sordità morale fatta di ignoranza ed egoismo. È giusto resistere alle tentazioni del conformismo patetico, ma è anche vero che la solidarietà umana può scattare solo se l’astratto si trasforma in concreto, solo se i bambini morti, i tanti bambini morti per noi senza volto e senza nome, diventano Alan e Mohammed.

La commozione però dovrebbe diventare la premessa di una presa di coscienza sia morale che politica. Certo, la responsabilità è direttamente proporzionale al potere di cui si dispone per incidere sulla realtà, e oggi più che mai la sensazione degli individui — in questo mondo sempre più ingovernabile — è quella dell’impossibilità di contare e di agire. Ma siamo davvero così irrimediabilmente impotenti? Quanto meno in quella ristretta parte del mondo in cui esiste ancora la figura del cittadino ed è possibile pronunciarsi sulle scelte politiche, solidarietà o chiusura sono due strade ugualmente praticabili, costituiscono anzi una componente sempre più importante del dibattito politico.

Lo spostamento attraverso le frontiere di grandi masse umane, sia rifugiati che migranti, ci chiama in causa soprattutto alla luce della drammatica contraddizione che sta alla radice del presente disordine mondiale: quella fra la realtà globale dei grandi fenomeni — dalla sicurezza all’ambiente, dalla finanza alle pandemie — e il persistere di una struttura non solo politica, ma anche etico-culturale, che ancora riconosce solo istituzioni e appartenenze identitarie di tipo parziale, nazionale quando non tribale. Quei bambini a faccia in giù su una spiaggia o sulla riva di un fiume (o quelli dilaniati dai bombardamenti in Siria o in Yemen) sono nostri, ci appartengono, così come appartengono a tutti gli italiani le vittime del terremoto in Umbria.

Ma la presa di coscienza di tipo morale non può avvenire senza la conoscenza. Qui la responsabilità di chi fa informazione è primaria e indiscutibile. Così come si è cercato di spiegare perché Alan è annegato vicino alla costa turca oggi è doveroso raccontare le vicende che hanno portato Mohammed a morire in un fiume che divide la Birmania dal Bangladesh. Posti lontani, ma dove le tragedie umane non sono poi così diverse da quelle che vediamo sulle coste del Mediterraneo.

Sono tragedie che sempre rientrano nella categoria della violazione di diritti umani, in particolare nella negazione dei diritti delle minoranze. In Myanmar, un paese a maggioranza buddista che un tempo si chiamava Birmania, vivono oltre un milione di musulmani, i Rohingya. Ci vivono da lungo tempo, ma non vengono riconosciuti come cittadini e li si considera immigrati privi di diritti. Vengono discriminati e sono oggetto di una repressione dura e indiscriminata. Certo, la Birmania è stata retta a lungo — e tuttora lo è nonostante alcune limitate riforme politiche — da un duro regime militare, ma attribuire esclusivamente il problema a un regime dittatoriale sarebbe troppo ottimista e falsamente consolatorio. Purtroppo l’esclusione e la discriminazione nei confronti di chi è diverso non è monopolio di una sola cultura o di una sola religione. Condanniamo giustamente l’intolleranza del radicalismo islamico nei confronti dei cristiani, ma in questo caso i musulmani sono gli oppressi, mentre gli oppressori appartengono alla religione che più viene associata alla pace e alla comprensione universale: il buddismo. Tutte le religioni hanno avuto storicamente una versione intollerante, quando non fascista, e il buddismo evidentemente non fa eccezione.

Nel caso della Birmania, poi, risulta particolarmente scoraggiante constatare che anche una vera eroina del dissenso, Aung San Suu Kyi, nel 1991 Premio Nobel per la pace, non è capace di sottrarsi a una visione sostanzialmente settaria. Ha lottato con coraggio, pagandolo con lunghi anni di reclusione a domicilio coatto, per la libertà del proprio popolo, ma evidentemente per lei i musulmani non fanno parte del suo popolo e il perimetro della sua solidarietà e del suo impegno politico e morale non si estende oltre a quelli che lei considera affini per cultura e religione.

Lo stesso limite e lo stesso problema, ovunque. Se non sapremo affrontarlo con intelligenza e coraggio politico il disordine e la violenza continueranno, e non basterà certo a salvarci la commozione di fronte all’immagine di bambini morti.

Fonte: www.repubblica.it

Da perlapace

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