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Giorgio Bocca: l’avventura di un partigiano

 

Cinque anni senza Giorgio Bocca e un triste senso d’assenza, d’abbandono. Cinque anni senza un maestro del giornalismo che era, prima di tutto, un maestro di vita, un simbolo e un protagonista dell’Italia migliore, lui che a vent’anni era salito in montagna per animare la Resistenza della Val d’Ossola e vivere l’avventura, eroica e pericolosissima, di quella “repubblica partigiana” che avrebbe costituito, tanti anni dopo, lo spunto per uno dei suoi libri più intensi e riusciti.

Giorgio Bocca: un provinciale burbero ma, al tempo stesso, dolcissimo, capace di passioni viscerali e di cocenti disillusioni, negli ultimi tempi devastato più dal disincanto che della vecchiaia, ben cosciente di quanto le due cose si tenessero insieme, lui che aveva smesso da un po’ di essere giovane e, alla fine, anche di seguire la politica, di sentirsi un giornalista, di credere in qualcosa o, quanto meno, nella possibilità che la situazione potesse rasserenarsi in futuro.
Fu questa la sua più grande ed amara sconfitta, il punto di non ritorno, ciò che lo indusse, piano piano, a lasciarsi andare, nel corso di un 2011 che avrebbe segnato per sempre le sorti dell’Italia e del mondo e che Bocca visse come uno spartiacque tra la fine di un mondo e l’inizio di un tempo buio, complicato, privo di speranze e punti di riferimento, cogliendo, con l’innata capacità analitica che gli era propria e con la sua lunghissima esperienza da cronista, la tendenza verso un declino che oggi appare inarrestabile.
Ha commesso anche i suoi errori, come tutti, ma la verità è che Giorgio Bocca, anche le rare volte che ha sbagliato analisi, lo ha fatto sempre in buona fede, pagando per conto proprio e assumendosi le proprie responsabilità, il che lo ha reso credibile nonché estremamente stimato agli occhi dei lettori.
C’era quando il Po ruppe gli argini al confine fra l’Emilia e il Veneto; c’era nei giorni di un boom economico che non lo ha mai veramente convinto e che ebbe il coraggio di denunciare apertamente su “Il Giorno” di Enrico Mattei, ossia sul quotidiano che più di tutti elogiò le magnifiche sorti e progressive dello sviluppo squilibrato del nostro Paese; c’era quel giorno di dicembre in piazza Fontana, quando una bomba devastò la Banca Nazionale dell’Agricoltura, dando avvio alla tragica stagione della Strategia della tensione; c’era negli anni barbari del terrorismo rosso e nero; c’era quando cadde il Muro di Berlino e quando assistemmo all’ascesa di nuove formazioni politiche, prima fra tutte la Lega di Bossi, verso la quale, inizialmente, espresse un giudizio abbastanza positivo; c’era nei giorni tristi delle censure e dei bavagli e c’era, infine, nella fase crepuscolare del berlusconismo, quando denunciò, con straordinaria lungimiranza, l’incapacità del PD nel contrastarlo e, anzi, la sua progressiva tendenza a uniformarsi a quei canoni malsani che per vent’anni hanno avvelenato il nostro Paese, fino a stravolgerlo e a privarlo di quei princìpi di umanità, di gentilezza e di rispetto reciproco che ci avevano caratterizzato persino nei momenti più difficili della nostra storia.
Ha attraversato quasi un secolo con la passione e l’ingenuo entusiasmo di un figlio della montagna e di un protagonista della Resistenza; non è mai disceso veramente da quei monti e non ha mai rinunciato a quel miraggio che ebbe in val d’Ossola il proprio battesimo e che per sette decenni ha segnato il carattere aspro ma generoso di un uomo capace fin quasi alla fine di compiere denunce durissime con la levità di un sognatore indomito. E quando non ne è più stato capace, quando non ce l’ha fatta più a sopportare la malinconia e i rimorsi per un degrado morale che appariva ai suoi occhi sempre più insostenibile, in quel momento ha preferito andarsene. E ora riposa, con lo sguardo rivolto verso il cielo, osservando le cime innevate e ripensando ai suoi vent’anni, ai profumi, ai colori, al sapore intenso e speciale della luganiga e al suo viaggio, infinito come il senso di solitudine che ci pervade ogni volta che ci guardiamo intorno e avvertiamo la sua mancanza.

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