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Dell’Utri e la pacificazione nazionale

 

Davide Mattiello

Marcello DellUtri, intervistato da Bianconi, a suo modo dice la verità. Una verità che oggi va bene ai più: ma è riduttivo chiamarla “guerra a Berlusconi”. La “pacificazione nazionale” come spudoratamente la si definisce e la si invoca da almeno quattro anni, ha nella vicenda Berlusconi un ingrediente fondamentale, ma non vi si esaurisce.
Certo un ingrediente ineludibile che si riverbera nel ruolo cardinale e attuale di persone come Alfano e Verdini, negli “onori delle armi” tributati al patriarca per i suoi 80 anni, anche da molti storici avversari politici, nella strisciante e dilagante beatificazione dei soldati che hanno pagato per tutti, Cuffaro e DellUtri appunto, nelle vergognose latitanze politiche di Matacena e Speziali…
Ma la “pacificazione nazionale” ha una portata più vasta: tra la metà degli anni ’70 e il 1994 la violenza politica e la violenza mafiosa, spesso cucite insieme da fili rossi e neri, hanno provocato centinaia di morti ammazzati, allora qualcuno si è incaricato di fare il lavoro sporco, cioè di fare finire quella violenza, di sedare gli animi, di appagare le ambizioni di potere, di risistemare casa e mobilio.
Queste persone, diverse tra loro, a volte molto diverse tra loro, hanno pagato un prezzo alto per aver fatto questo lavoro sporco: sono stati considerati da certa opinione pubblica e da certa magistratura, qualcuno direbbe aizzata ad arte da politici capaci, dei traditori. Persone che hanno mediato tra interessi che sarebbero dovuti restare irriducibili e configgenti, pur di pulire le strade dal sangue, persone che da vent’anni entrano ed escono dai processi, molto meno frequentemente dalle carceri.
Queste persone oggi reclamano la tregua, se non proprio pubblici onori. Questa soluzione probabilmente va bene a tanti, anche a qualcuno che pure continua a impegnarsi per la giustizia, ma che forse si è persuaso che sarebbero insostenibili certe verità. E’ impressionante quante analogie operative ci siano tra il depistaggio realizzato dopo l’omicidio Dalla Chiesa, con il falso testimone oculare, il pregiudicato, Spinoni e il depistaggio realizzato dopo la strage di Via D’Amelio, con il pregiudicato Scarantino. E’ impressionante riflettere sul ruolo di Rognoni, per sempre associato a quello di Pio La Torre per la legge fatta di corsa dopo gli assassini proprio di La Torre e Della Chiesa, e pensare che il Ministro dell’Interno cui insistentemente proprio Dalla Chiesa chiedeva i poteri speciali di coordinamento dell’antimafia era proprio Rognoni.
Che li avrebbe concessi immediatamente, con decreto d’urgenza, ma morto Dalla Chiesa, al suo successore De Francesco, che arrivava dal SISDE. Insomma: che i morti seppelliscano i morti. Con buona pace di chi ancora chiede verità e giustizia come le famiglie Agostino e Piazza (e vorrei davvero chiedere a De Gennaro cosa pensi di quella brutta frase che viene attribuita ad Emanuele Piazza). Con buona pace di magistrati che hanno avuto la carriera, se non la vita, azzoppata e mascariata a causa di una certa irragionevole intransigenza. Con buona pace di quei collaboratori di giustizia che spesso camminano sul terreno minato delle aspettative altrui: qualcuno farà luce sulle vicende di Lo Giudice e Fontana?
La Commissione parlamentare antimafia all’inizio del suo mandato, forse con un eccesso di entusiasmo, si era affacciata sulla questione carceri-41 bis-collaboratori, “protocollo farfalla”: non è troppo tardi per andare fino in fondo.

Da liberainformazione

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